Jan
25

A Rimini, come in tutta la Romagna e a San Marino, la Biblioteca diventa digitale e mette a disposizione degli utenti un vero “tesoro” di parole, musica e immagini, scaricabili gratuitamente. Dal 14 gennaio la Gambalunghiana permetterà ai suoi iscritti di accedere alla piattaforma MediaLibraryOnLine, usando lo stesso account adoprato per entrare nel front office di Sebina e Scoprirete. Dalla fine di gennaio saranno scaricabili gli e-book gratuiti in MLOL, mentre bisognerà aspettare febbraio per il prestito di quelli acquistati dalla Biblioteca.
Info: tel. 0541 704486 | www.bibliotecagambalunga.it.
Sabato 21 gennaio nuovi servizi offerti dalla “rivoluzione digitale” sono stati introdotti dall’editore Mario Guaraldi.

1. Tecniche di trasmissione del sapere
Sono profondamente convinto che noi abbiamo avuto il privilegio di vivere in un’epoca di grandi trasformazioni: non a caso parliamo di “mutazioni epocali”, di mutazioni che determinano un cambio d’epoca.
Questo privilegio è paradossalmente il contrario del privilegio, perché è di tutti, non solo di alcuni: dei “vecchi” sopravvissuti come me – che già quasi adolescente ho visto brillare per la prima volta gli schermi azzurognoli delle prime televisioni – come dei nostri nipoti, i cosiddetti “nativi digitali”, che prima ancora di imparare a parlare sanno accendere e giocare alla Playstation e insegnano ai nonni a usare gli Smartphone.
Nel mezzo c’è la generazione dei nostri figli, quelli che oggi fanno i sindaci o i manager delle grandi società o i burocrati dei Ministeri, o i giovani colonnelli delle Forze armate, o gli insegnanti, o i web designer, o gli aspiranti candidati al Grande fratello. Drogati di calcio, nuova ideologia di massa planetaria post-marxista e post-capitalista, tutti, padri e figli, portiamo o rigettiamo il peso e la responsabilità di questo tempestoso e critico traghettamento da un’era all’altra, con forti problemi di identità: una generazione a cavalluccio del digitale – verrebbe da dire – con i più giovani che spesso cerca in rete le proprie radici, pescando sovente nel dejà-web come hanno ben dimostrato i miei studenti di Urbino parlando di nostalgie, vintage e retròmanie in rete (v. http://www.guaraldi.it/scheda.php?fflang=it&id=705&type=tit).

Ma la palla, ora, è al piede della generazione dei nostri figli. Speriamo che sappiano governare la crisi con doppio sguardo, un occhio al passato delle forti identità dei loro padri (e madri) e uno al futuro che dipenderà dalla lungimiranza o dalla egoistica miopia delle loro scelte.
Speriamo che si preoccupino meno del presente imperfetto (questo era il bel sottotitolo della mia collana d’esordio, Ipotesi), cioè del loro imperfetto quotidiano, come invece sono costretti a fare i nuovi schiavi del consenso spacciato per democrazia, i politicanti, artefici e vittime della più terribile fra le dittature, quella dell’approvazione omologante del branco che si osserva e si contagia.
A occhio e croce solo un’altra epoca ha avuto caratteristiche così gravide di cambiamenti come quella attuale: è l’era di Gutenberg, a cavallo fra Quattro e Cinquecento, l’era del Rinascimento (cioè della rinascita). A rassomigliare le due ere, guarda caso, sono proprio la mutazione delle tecniche di trasmissione del sapere e la mutazione delle tecniche belliche.
La nascita della stampa e della tipografia che sostituisce la calligrafia e il codice miniato coincide con il passaggio dalla guerra combattuta con le spade a quella combattuta con le armi da fuoco: il De Re Militari del riminese Roberto Valturio è la prova provata di questo passaggio epocale dal codice all’incunabolo, dall’alabarda all’archibugio.
Esattamente cinquecento anni più tardi, cioè oggi, la tipografia cede le armi al digitale e al web: libro o giornale non sono più “necessariamente” la loro forma, ma il loro contenuto immateriale che galleggia in forma di bit nella grande rete mondiale, il world wide web, quello che ormai chiamiamo confidenzialmente: www!
E parallelamente, vediamo quanto siano inadeguati alle nuove guerre i vecchi carri armati: la polvere da sparo serve ormai solo per i fuochi d’artificio che sollazzano le notti delle riviere simulando scenari bellici ridotti a pura forma, come nelle riprese televisive degli attacchi a Baghdad… La vera guerra del futuro si combatte ormai nel web, nei micro circuiti di silicio, nei cloud, minacciose nuvole virtuali di software delocalizzato, in forme del tutto inusitate che cambieranno oggi giorno di più.
Per il comunismo capitalista cinese, Twitter e Facebook sono ben più pericolosi della vecchia bomba atomica; e il satana americano ha già sperimentato il potere devastante di due normalissimi aerei di linea, guidati al bersaglio da pochi santi Kamikaze.
A dispetto di questo quadro davvero inquietante, non è affatto azzardato affermare che ci siamo appena incamminati verso un nuovo Rinascimento… E non mi sembra neppure casuale che queste straordinarie mutazioni epocali si incentrino sui cambiamenti “tecnologici” del modo di trasmettere i saperi “di generazione in generazione”. I caratteri mobili inventati da Gutenberg non erano meno tecnologicamente rivoluzionari dell’iPad progettato da Steve Jobs.
Così come non mi sembra un caso che questa discussione si svolga nella storica sala di una Biblioteca, luogo deputato a conservare i saperi e a garantirne l’accesso alle nuove generazioni: cosa per nulla “scontata”, come per nulla scontato è il suo possibile “destino” nell’era dei contenuti immateriali. Anche il mondo delle Biblioteche ha vissuto e vive questo difficile travaglio fra miopia, interessi corporativi, conservatorismo omologante, a cavallo fra una tradizione gloriosa inesorabilmente a fine corsa e un complesso ma affascinante futuro di digital lending che sarà l’oggetto di questa giornata di studi dedicata al futuro digitale della biblioteca (e di cui mi sono lungamente occupato anche su “Biblioteche Oggi”).
Avendo avuto l’onore di essere invitato ad aprire questa giornata di studi – e di questo sono grato a Oriana Maroni e ai responsabili del Sistema Bibliotecario Romagnolo – forse a causa della mia parziale paternità del progetto MLOL (sono stato il primo editore a offrire ai sistemi bibliotecari della Lombardia tutto il mio catalogo a 1 euro a titolo!), proverò ora a calare la mia personale esperienza di editore in questa prospettiva iper-generazionale, a partire dalla formula liturgica che più mi intriga proprio in quanto editore: “nei secoli dei secoli”.
Noi siamo cresciuti infatti nella cultura opposta dell’ “hic et nunc”, del “dopo di me il diluvio”, del “vogliamo tutto”. Che mi importa se distruggo il pianeta? Tanto, io non ci sarò più!… Se non cambio il mondo in tempo per vedere il cambiamento, che mi interessa? Cosa pianto a fare un albero se la suo ombra ristorerà i miei pronipoti, non me?
L’idea di essere solo un anello della catena generazionale ci turba perché impone di accettare l’idea della nostra morte non come “fine della storia e del cosmo”, ma più banalmente come “fine del nostro ruolo nella storia e nel cosmo”. Meglio che crepi l’intera creazione piuttosto che vederci sottratta la pretesa di goderne il futuro. Un po’ quello che succede al Vescovo gnostico de L’avvocata delle Vertigini, se non ricordo male il finale di Piero Meldini.
Quando tornai a Rimini dopo la morte della prima Guaraldi fiorentina e dopo il lungo esilio nel mondo dello spettacolo, alla fine degli anni ‘80, Piero Meldini – con pochi altri eroi della nostra prima giovinezza (Beppe Bonura, Vittorio d’Augusta ecc.) che avevano condiviso con me le prime fantastiche avventure letterarie e persino politiche (Satori, il Gobetti, ecc.) – già padroneggiava la videoscrittura e navigava con perizia nel gran mare del web. Il computer di Piero letteralmente “troneggiava” nel suo studio. Io invece ero ancora un analfabeta informatico (lo sono ancora, purtroppo!) e non sapevo remare.
Costringendomi a lasciare precipitosamente il campo (editoriale) alla fine degli anni ‘70, gli amici fiorentini di Licio Gelli che mi avevano simbolicamente rubato il piombo della vecchia Guaraldi – sapete, vero, che i libri si componevano in piombo, con le sferraglianti Linotype? – senza saperlo mi avevano fatto un doppio regalo: quello di vaccinarmi dal rischio di diventare massone e quello di farmi assistere con cuore vergine alla nascita della rivoluzione digitale. Non avendo più nulla da difendere sul fronte della vecchia economia cartacea, la potenziale nuova economia digitale del libro divenne subito per me un miraggio, una visione, una profezia cui potevo abbandonarmi come a una promessa di salvezza

2. Salvare, convertire, giustificare
Come avrebbe genialmente dimostrato molti anni più tardi Mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, i linguaggi del computer e della rete si sommavano e si amalgamavano con la mia nostalgia di trascendenza: to save, to convert, to justify erano le parole della mia prima alfabetizzazione informatica, ma erano anche parole di fascinazione teologica. Nell’uso del computer l’ignoranza di questi significati ne compromette radicalmente la praticabilità, nel mondo della Fede può impedire l’approccio alla Rivelazione.
Battuto sulla tastiera di un computer, un testo, cioè un “contenuto”, deve essere costantemente “salvato” per poter essere successivamente fruito. Chi non ha provato la disperazione di aver perduto il frutto di giornate intere di lavoro per non averlo “salvato” non può capire! E ancora: quel contenuto deve essere costantemente “convertito” nei nuovi formati che la tecnologia continuamente crea, abbandonando i vecchi. Ma convertire, per me significava anche rivisitare uno ad uno gli errori compiuti ai tempi del pensiero onnipotente di chi pretendeva di cambiare il mondo e scopriva di aver fatto soprattutto danni. E questa conversione di pensiero e di condotta doveva essere “giustificata”, resa giusta nello spazio creativo della pagina, del piano editoriale, del sito web; doveva essere inserito in un contesto esteticamente apprezzabile che ne facilitasse l’approccio e la fruizione… Ecco uno dei grandi fascini del mestiere dell’editore!
Oppure, e siamo ai giorni nostri, quel contenuto poteva diventare, per così dire, “liquido”, adattandosi a qualunque tipo di pagina e di device di lettura, come avviene col formato ePub su qualunque tipo di eReader.
Il rapporto fra i linguaggi della rete e l’esperienza della Trascendenza, così come la riscoperta della Sacra Scrittura in parallelo all’esperienza entusiasmante delle potenzialità del web, mi fece letteralmente gridare al Convegno di Berlino del 1998 (vedi p. 30) che l’apparente ubriacatura di Internet poteva essere paragonata alla Pentecoste degli Apostoli, in cui tutti sentivano proclamare nella loro lingua le meravigliose opere di Dio! Paolo Fabbri era presente e può testimoniarlo!
La scrittura, lo sappiamo bene, nasce per fermare il pensiero, per renderlo pronto a nuovi accessi, a nuove comunicazioni. Ma la scrittura è di per sé muta: il solo vero mezzo di comunicazione è l’insegnamento, prerogativa dell’oralità… La piccola salvezza offerta dalla scrittura, ricorda Mons. Forte, quella stessa piccola salvezza che è detta nel verbo dell’uso informatico, fa appello ad un Altro che salvi il salvato richiamandolo, servendosene, dandogli nuova vita. E l’Altro in questione, nella storia della Salvezza, non è soltanto l’utente, lo scrittore o il lettore che passa, ma è il Creatore e Signore, l’Origine e il Fine, la Custodia e il Grembo.
E “Convertire” nel web è l’espressione della continua lotta contro il tempo che passa, lotta titanica se si pensa alla celerità dell’evoluzione dei mezzi e dei codici impiegati. Ma “Teshuvà”, in ebraico, indica soprattutto l’atto del ritorno, una relazione ritrovata, un legame nuovamente possibile, come dimostra la parabola del Figliol prodigo o del Padre misericordioso (cf. Luca 15).
In fondo, il linguaggio del web recupera questo stesso senso: ritornare a una relazione perduta, ristabilire un contatto significativo; “convertire” è il processo che testimonia l’importanza vitale della relazione e della comunicazione fra diversi.
Ancora una volta, un’espressione del linguaggio informatico si rivela cifra di una nostalgia che la supera.
Il contesto bibliotecario in cui ci troviamo mi offre la chiave ottimale per chiudere questo tema affascinante con un esempio che riassume in maniera perfetta il senso del salvare, del convertire e del giustificare; e anche tutto il mio personale percorso di editore.

Citavo all’inizio l’opera di quel Roberto Valturio intellettuale al servizio di Sigismondo Pandolfo Malatesta che si è trovato ad operare a cavallo fra il Quattrocento e il Cinquecento, autore del primo best-seller della nuova era gutenberghiana. Come ben sa la curatrice dell’opera, Paola Del Bianco, fra i molti primati di quel testo straordinario – dapprima codice miniato realizzato in ben 22 copie, poi incunabolo stampato a Verona – va annoverata anche la prima traduzione in lingua volgare dall’originario e ostico latino medioevale da parte di un altro geniale autore riminese, Paolo Ramusio, allora magistrato a Venezia e Padova. Sentite, con quale acume e ironia il geniale magistrato giustificava il suo lavoro di “traduttore” in lingua volgare “ di quella degnissima opera che avrebbe potuto essere utile agli inesperti di latino che tutto il giorno sudavano nell’esercizio delle armi e che invece giaceva polverosa e negletta, alla faccia degli oziosi intellettuali dell’epoca, peraltro rari e poco propensi a farsi distrarre dai propri studi, che erano in grado di leggersela, beninteso comodamente sdraiati all’ombra!:

Considerando il mio conteraneo Roberto Valturio haver in lingua Romana a pieno descripto li modi di batagliare et essendo raro oniuno che in alta fama faglie et pochi siano i quali de la Tulliana eloquentia ornati ne l arte militare se exercitano quali quella dignissima opera giaceva pulverulenta et neglecta per non esser da quelli intesa i quali tuto il giorno insudano soto le faticose arme. Et solamente li otiosi litterati et anchor rari per esser da soi studii diversa a l ombra la legievano. Mi ha parso cosa non indigna: acio ciascuno di essa ne possi prendere il desiderato fructo nel idioma vulgare ridurla…

Per secoli questi testi sono rimasti pure “icone” di un periodo di passaggio: sconosciutiai più e poco studiati persino dagli specialisti. Oggi, le nuove tecnologie rendono possibili questi “miracoli” di salvezza e di conversione.

3. Una conclusione difficile
Che questi miracoli competano agli editori non è così evidente: la straordinaria ricchezza dei tesori conservati in moltissime Biblioteche italiane, non necessariamente è capace di trasformarsi in “business”, cioè in attività economica capace di remunerare il lavoro spesso certosino di anni, se non è sorretto da una intelligente politica culturale che faccia rete nell’interesse della crescita culturale della collettività.
“Politica culturale” è un termine desueto e persino equivoco se non si spiega cosa vuol dire mettere in campo una adeguata “politica per la cultura”, non “della cultura”.
L’editoria gode, anzi soffre, incomprensibilmente di una pessima fama: come se la sua ragione d’essere fosse sempre il lucro, e ogni rapporto stabilito da un pubblico funzionario con un editore celasse sempre orrendi traffici monetari: equivoco davvero ridicolo data la evidente povertà del traffico culturale se non avesse conseguenze tragiche per la cultura di un territorio: avrei un repertorio di casistiche che preferisco tacere per amor patrio… Lungo è l’elenco dei politici che hanno procurato alla collettività riminese danni che si protrarranno ancora per molti decenni.
È evidente del resto che occorre saper distinguere editore da editore, libro da libro, contenuto da contenuto: ho già abbastanza ironizzato sulle bestialità new-age che si vedono in giro o sui manuali fai-da-te che si trovano in rete, per dover ulteriormente insistere su questo concetto.
Il lavoro dell’editore radicato nel proprio territorio – e Rimini ha un gruppo straordinario di editori di grande spessore culturale, da Panozzo a Raffaelli, da Ramberti/Fara a Luisé fino a Pietroneno Capitani per non citarne che alcuni, cui andrebbero sommati degli eccellenti Tipografi che fanno anche lavoro editoriale, da Pazzini a Garattoni, da La stamperia a La Pieve – non è mai stato considerato dalla Istituzioni per come dovrebbe essere: un bene prezioso da tutelare ben più delle Proloco e delle Associazioni più o meno onlus…
I libri da loro prodotti di interesse per la cultura locale non sono n considerati, né promossi e tanto meno acquistati per una diffusione capillare nei sistemi delle biblioteche scolastiche e di quartiere, come avviene in tutti i paesi civili. In diversi paesi nordici, il Sistema bibliotecario nazionale valuta i libri da immettere nella propria rete ancor prima che questi vengano pubblicati!
Al contrario, in Italia si pretende addirittura per legge che gli editori regalino i loro libri alle biblioteche. Ridotti come barboni a mendicare elemosine alle potenti fondazioni Bancarie, o agli amici degli Assessorati, gli editori detti “locali”, al dispregiativo, si combattono per l’osso di contributi che in contesti diversi le stesse Istituzioni spenderebbero per una cena fra amici. Persino le più raffazzonate Compagnie teatrali “locali” sono trattate meglio degli editori: sorrette da contributi di varia natura ed entità, comunali, regionali e nazionali, i Comuni affidano loro, persino giustamente, in gestione, spazi pubblici per un lavoro considerato utile per la collettività.
Avete mai visto un Comune offrire i propri spazi, un ufficio, uno straccio di magazzino, a un editore perche possa svolgere più adeguatamente il proprio lavoro?
Al contrario: abbiamo assistito a una sorta di sorda competizione da parte di funzionari pubblici e di consulenti frustrati con recondite vocazioni editoriali per realizzare pessimi libelli di divulgazione o inutili coffee-table books là dove i materiali avrebbero consentito splendide opere di alto spessore culturale e promozionale! Mi citate una Biblioteca della nostra Regione che abbia chiesto a un Editore di collaborare per il recupero digitale dei propri capolavori, come ha fatto invece a Lyon, in Francia, la Biblioteca Depardieu con “Librissimo” ben 20 anni fa?
Intendiamoci, le Istituzioni hanno fatto anche lavori egregi e molti funzionari sono stati redattori di gran vaglia: come non ricordare ad esempio lo straordinario e compianto Enzo Pruccoli? Ma è il clima malsano di sospetto e di competizione che va denunciato con forza.
Per lo stesso motivo trovo drammaticamente scandaloso, che il Polo riminese dell’Alma Mater, in tutti questi anni, non sia stato capace di generare alcuna sinergia con gli editori riminesi per sorreggere, potenziare e favorire la qualità della ricerca dei propri docenti con testi funzionali ai Corsi di Laurea radicati a livello locale, spesso con logiche non sempre trasparenti. E ugualmente trovo scandaloso, cari Presidi dei Licei riminesi, che nessuno di voi abbia mai proposto a un editore riminese un progetto di libro scolastico sperimentale realizzato in collaborazione con i migliori fra i vostri docenti e allievi, degno e delle sfide digitali che l’educazione dovrà sostenere nei prossimi anni! Che vergogna non essere stati capaci di far nascere, nella città di Fellini, un corso di Laurea di Storia del Cinema, in sinergia con la disgraziatissima pseudo-Fondazione Fellini! Quanti insulti mi sono preso per aver denunciato in tempi non sospetti quello che la recente cagnizza ha utilizzato per affossare quella che avrebbe potuto diventare la maggior risorsa culturale del riminese, nella speranza di una sua davvero auspicata “rinascita” trasfigurata in “vera” Fondazione!

Dico queste verità elementari sapendo che personalmente, come editore, sono arrivato a fine corsa. Ho settant’anni e mi trovo, nella mia città, a operare solo, come un eremita nel deserto rosa delle sue Feste e dei suoi capodanni, corti o lunghi che siano, ma sempre costosi ben più dei bilanci annuali di tutti gli editori riminesi messi in fila, sia pure nel profumo inebriante della nostra piadina! Non ho aspettative. Ho fatto il mio lavoro quanto più degnamente possibile, fiero di essere stato sempre bocciato dalla dirigenza politica riminese degli ultimi decenni come potenziale candidato al Sigismondo d’oro. Non ho eredi cui lasciare questo mio lavoro, non devo nulla a nessuno. Il mio tempo è finito. O forse, come leggo, il tempo non esiste, e io ho semplicemente concluso il mio “ruolo”. Tutto il nostro catalogo – sottolineo “nostro”, caro Piero – è in rete, 700 titoli convertiti, per il futuro, in ogni formato disponibile, perché il contributo dei nostri autori sia fruibile a Seattle come nel più sperduto villaggio albanese.

Sarebbe bello poter avviare ora, finalmente, la fase due di questa nuova era digitale che ha reso possibile incrociare e internazionalizzare i contenuti digitali: la traduzione multilingua dei migliori fra i nostri autori. Rimini potrebbe, dovrebbe parlare le mille lingue che fanno la meravigliosa babele delle culture e il miracolo della Pentecoste dove tutti sentono parlare la propria lingua. Per lo stesso motivc sarebbe bello che le nuove biblioteche digitali potessero dedicare agli stranieri ospiti del nostro territorio quanti più ebook possibili nelle rispettive lingue. Alla mia, alla nostra città, auguro tutta la cultura possibile, unica vera garanzia del suo futuro.

Sep
06

Bookcamp2011 - Forlì, 9-10 settembre

Dopo Rimini e Fosdinovo a Forlì il IV BookCamp
A L’innovazione Responsabile si parla de “Lo Strano Caso del Dr. Libro e di Mr. eBook”
La due giorni forlivese dedicata a “L’innovazione Responsabile”, che si tiene venerdì 9 e sabato 10 settembre, si pone la domanda se è possibile governare i radicali cambiamenti che hanno investito il mondo, sulle tracce (web) di un percorso più comprensibile e ottimizzabile.
Oltre al nutrito apporto dei membri del comitato scientifico (il “web-guru” Luca De Biase e il prof. Massimo Sobrero dell’Università di Bologna), ci sarà un intervento di Alessandro Bergonzoni sull’uso delle parole e numerosissimi seminari e incontri, dal fisco alla creatività sul web. Il tutto promosso da una lunga lista di sponsor, fra i quali Unicredit, e i patrocini del Ministero dell’Innovazione e della Regione Emilia- Romagna.
Un evento da non trascurare è quello organizzato dai giovani pionieri dell’editoria digitale (Simone Bedetti, Noa Carpignano e Giorgio Jannis guidati dal vecchio Mario Guaraldi), in collaborazione con Romagna Creative District. Si tratta di un barcamp, una sorta di seminario più simile a un dialogo aperto con i partecipanti che a un convegno “frontale” senza possibilità di interventi. Ognuno può prendere la parola per approfondire un proprio concetto sulla impronta degli argomenti proposti. Sottotraccia il tema scottante degli interessi corporativi delle grandi aziende editrici, che stanno condizionando la crescita di chi ha scelto di dedicarsi esclusivamente all’editoria digitale; molti i trabocchetti dei grandi cartelli editoriali, quali i prezzi pressoché identici fra cartaceo e digitale, che scoraggiano il lettore dall’acquisto, la connivenza con la politica che vara leggi (la legge Levi!) che consentono privilegi e ignorano le piccole e medie aziende digitali, fino ad arrivare al paradosso (solo paventato!) di dare la precedenza al sostegno pubblico delle piccole librerie. Inoltre una totale assenza di politiche infrastrutturali tecnologiche e la mancanza di attenzione al problema della carente distribuzione culturale sulla rete completano il totale disinteresse italiano verso un’economia altrove importante.

Il programma di venerdì 9 e sabato 10 settembre
Il barcamp si tiene presso il Cortile del Palazzo Sassi-Masini (detto Palazzo del Diavolo)
Centro Storico di Forlì, via Maroncelli 15 [mappa]

Venerdì 9 settembre

Ore 16:00. Gli eBooks al bivio: fra ePub e Apps. Esiste un’economia possibile per i nuovi editori digitali?
Non-relazione di Simone Bedetti e discussione aperta coi bibliotecari della Regione Emilia-Romagna.

Ore 18:00. Il digital lending ha vinto! (ma i soldi delle Biblioteche sono spariti…)
Non-relazione di Giuseppina Mancaluso

Ore 19:15. Appello al Presidente Napolitano per una “Costituente del Libro”.
Non-relazione di Mario Guaraldi sull’iniziativa di creare un movimento per proposte parlamentari indipendenti dall’AIE (Associazione Italiana Editori)

Sabato 10 settembre

Ore 9:00. Il silenzio degli innocenti (ovvero il Futuro del Libro scolastico digitale nel silenzio inquietante del mondo della Scuola)
A questo workshop, che non ha relatore, sono invitati tutti gli insegnanti delle scuole della Regione Emilia-Romagna affinché sia possibile ascoltare la loro voce.

Ore 11:00. Il silenzio dei colpevoli (ovvero le strategie dei grandi gruppi editoriali che si sono barricati nel segreto delle proprie scelte per mantenere intatto il proprio monopolio sulla Scuola)
Anche questo workshop non ha relatori e conta sulla partecipazione di chi abbia notizie ed episodi da raccontare. I lavori posso proseguire “spontaneamente” nel pomeriggio in base agli interessi che si aggregheranno. Chiunque abbia progetti o software da mostrare è libero di farlo in uno spazio apposito del cortile portando i propri materiali e computer.

Tutti i lavori saranno ripresi in diretta VideoLive (www.traderlink.com) e divulgati attraverso il sito dell’evento (www.lartedinnovare.it) e i siti di Guaraldi editore (www.guaraldi.it)e Area51 Publishing (www.area51publishing.com).

Per informazioni e iscrizione gratuita:

http://barcamp.org/w/page/43681588/bookcamp2011

Aug
29

INTERVENTO AL MEETING DI RIMINI 2011
Intervista a Mario Guaraldi
Autore: Fotonica Srl
Data: 22-08-2011
Durata: 07:15

La davvero “storica” giornata riminese del Presidente Giorgio Napolitano a Rimini, domenica 21 agosto, con il suo “rimprovero” alla classe politica e il vigoroso appello al’impegno comune per la fondazione di una “nuova” Repubblica fondata su una ritrovata “unità nazionale”, ha fatto da degna cornice all’appello rivoltogli dall’editore Mario Guaraldi – nel ricordo della sua partecipazione all’altrettanto storico Convegno “Per una Editoria Democratica” del 1974 – per la creazione di una vera e propria “Costituente del Libro”.
La sua necessità è evidente: intere categorie professionali della filiera editoriale si sono già estinte e altre rischiano di esserlo ben presto se non interviene una intelligente politica che sappia governare la “transizione” – dal libro all’e-book fino alle Apps – in tutti i suoi risvolti sociali, industriali e di costume. Ed è quello che non è stato fatto dalle Associazioni di categoria come l’AIE, e tanto meno dalle forze politiche, nell’assenza totale di una Legge sull’Editoria libraria che ha fin qui permesso solo il proliferare di interessi miopi e contingenti.
L’attuale indebitamento milionario dei grandi Gruppi nei confronti delle libreria rischia, per effetto di un mai regolamentato “diritto di resa”, di produrre un crack di dimensioni gigantesche; e a nulla serve una legge di tipo protezionistica, “anti-Amazon”, de vorrebbe tutelare il mercato regolamentando gli sconti. La fase attuativa della Legge Gelmini per l’utilizzo degli eBooks nella Scuola, dal canto suo, è vanificata dalla totale mancanza di regole sul piano distributivo dei nuovi formati digitali.
Occorre davvero ridisegnare l’assetto futuro della produzione e della circuitazione libraria avendo a cuore soprattutto le esigenze culturali del mondo della scuola, delle nuove generazioni e dei sistemi bibliotecari che con il digital lending potrebbero giocare un ruolo protagonista nell’allargamento di una fruizione culturale non mercificata, vero “diritto costituzionale” di ogni cittadino.
L’Italia ha potenzialmente un grande ruolo da giocare in ambito internazionale, anche sul fronte dell’editoria ! Non a caso italiani sono stati e sono i protagonisti di questa frontiera internazionale dell’innovazione tecnologia ed editoriale, da Umberto Paolucci, v. President di Microsoft a Diego Piacentini, a.d. di Amazon! Il nostro Paese è pieno di giovani talenti e di creatività straordinarie: ma sembra che i grandi gruppi editoriali di casa nostra non se ne siano accorti…
Aiuti l’Editoria italiana, Presidente Napolitano, a uscire dallo stallo attuale e a imboccare decisamente la strada dell’innovazione accettando la sfida della competizione globale!
L’appello è contenuto in una lettera consegnata nelle mani del Presidente che qui trascriviamo integralmente.

Alla cortese attenzione del
Presidente GIORGIO NAPOLITANO
s.p.m
Rimini, 21 agosto 2011

Caro Presidente,
La Sua venuta nella nostra città, che ci onora e ci riempie di gioia, fa inevitabilmente riemergere nella mia memoria un’altra Sua visita, quella volta su mio invito personale, precisamente l’8 giugno di un lontanissimo 1974 – quando ancora non era il Presidente di tutti gli italiani – in occasione del “Convegno per una Editoria Democratica” che ebbi il privilegio di proporre e organizzare assieme ad altri colleghi (De Donato, Editori Riuniti, Einaudi, Feltrinelli, Jaca Book, Laterza, Marsilio, Mazzotta e Savelli) in un momento assai critico della storia editoriale del nostro Paese, quando si paventava il rischio di un processo di concentrazione appena agli albori e alcuni di noi sognavano una editoria di cultura intesa non solamente come “impresa” ma, anche, come “servizio sociale”. L’attenzione all’invocato e necessario “rinnovamento” si concentrava soprattutto sulla produzione scolastica, ipotizzando la “necessità di sostituire il libro «scolastico» con il libro «per la scuola», concepito come formatore di una mentalità critica e integrato largamente dalle biblioteche scolastiche e di classe”.
A quello storico Convegno, che si concluse con la creazione notarile (Atto Notaio Candi, Bologna) di una “Lega per una Editoria Democratica”, ufficialmente collocata , per iniziativa dell’allora Presidente Guido Fanti, presso la Regione Emilia-Romagna, Lei diede un contributo importantissimo e oserei dire “profetico”, che invito tutti a rileggere con grande attenzione, in un momento come quello attuale in cui l’editoria italiana sta vivendo una crisi ben più grave di quella che stimolò il Convegno di allora.
Nel suo intervento, Lei si fece paladino della necessità “di difesa di una pluralità di posizioni e di voci politiche e culturali da manovre monopolistiche e integralistiche, che è per noi una questione di principio, un impegno a cui faremo onore”.
Ma soprattutto Lei non esitò a constatare che “esiste una questione più generale di sviluppo di un’editoria democratica di massa, di una produzione culturale democratica, che raggiunga centinaia di migliaia e milioni di lettori attuali o potenziali”.
“Bisogna essere consapevoli del fatto – concludeva – che è su questo terreno più vasto che si gioca nel nostro paese la partita fra forze reazionarie, e anche tra forze di conservazione e di sostanziale regresso, e forze di progresso sociale e culturale”.
Da quei lontani anni settanta ad oggi, paradossalmente, tutto è rimasto immutato a dispetto dei rilevanti cambiamenti tecnologici e culturali intervenuti.
La rivoluzione digitale che ha travolto come uno tsunami il modo di produrre e distribuire il libro, rendendo potenzialmente possibile quell’espansione di massa della produzione culturale che Lei auspicava, ha trovato il mondo editoriale italiano non solo del tutto impreparato ma sterilmente arroccato in difesa dei privilegi nati proprio da quel processo di concentrazione che noi paventavamo e che ha visto l’instaurarsi di un vero oligopolio, sia a livello di gruppi editoriali che di catene distributive tradizionali, con prodotti di mass-market quasi sempre di basso profilo culturale, omologati e omologanti.
Un oligopolio che, nell’assenza totale di una Legge sull’Editoria libraria ha permesso il proliferare di interessi miopi e contingenti, che hanno ostacolato la valorizzazione dei nuovi formati editoriali sia nel sistema formativo (dalla scuola materna all’università) sia nelle biblioteche italiane.
In un momento così critico, io sento forte l’esigenza di una vera Costituente del Libro che pur tenendo conto delle criticità dell’editoria italiana riesca a ridisegnare l’assetto della produzione e della circuitazione libraria avendo a cuore soprattutto le esigenze culturali del mondo della scuola, delle nuove generazioni e dei sistemi bibliotecari che con il digital lending potrebbero giocare un ruolo protagonista nell’allargamento di una fruizione culturale non mercificata, vero “diritto costituzionale” di ogni cittadino.
Se mi sono permesso di indirizzarLe questa lettera aperta, caro Presidente, è perché la so attento, sensibile e soprattutto “esperto” di questioni culturali (anche per quegli stessi trascorsi che la portarono a Rimini nel 1974); e perché penso che dall’altissimo ruolo istituzionale che Lei ha fin qui ricoperto con tanto rigore e sapienza, Lei possa dare ai temi qui solo sommariamente esposti, un contributo fondamentale.

Con stima e rispetto,
Suo
Mario Guaraldi

Aug
03

Cari Amici,
si è conclusa venerdì scorso a Urbino LA SCUOLA DEL LIBRO. 0, una costola di EDITIS il Corso di Laurea in Editoria che si avvia a chiudere. E con questo si conclude anche la mia non lunghissima ma devo dire entusiasmante esperienza didattica da docente “a contratto” presso l’Università di Urbino.
La Riforma Gelmini ha giustamente calato la scure sui CdL che non hanno i requisiti richiesti (fra cui un certo rapporto fra docenti incardinati e docenti a contratto: in EDITIS – ex EMG- l’unico incardinato era la Presidente del CdL, tutti gli altri erano “contrattisti”, magari a 1 euro l’anno, come me, per i primi tre anni…).

È inevitabile che con l’acqua sporca (e nell’Università italiana ce n’è parecchia) si getti via anche qualche bambino. La biennale di EMG/EDITIS, ve lo garantisco, era un bel bambino, che si era fatto una buona reputazione, e fa male vederlo buttato via.
Per 6 anni mi sono confrontato con classi di una ventina di ragazzi ciascuna: ogni anno una sfida, che sono convinto di aver vinto. Basterà buttare un occhio ai 5 libri che, ogni anno, con i ragazzi, siamo riusciti a costruire in poco più di due mesi: Oltre il frontespizio (2006), Specialisti in che? (2007), Editoria decima arte (2009), Dejavueb (2010), Ovviamente gratis (2011). Forse non capolavori, ma lavori di scavo e di ricerca, utili, a volta utilissimi, anticipatori di tendenze. Di più: nuovi modelli di “curriculum” per il mondo del lavoro (praticamente tutti hanno poi trovato lavoro!). Non ha mai lasciato nessun ragazzo al palo.
Mi sono anche sobbarcato la fatica di una quindicina di Tesi di Laurea, tutte con lode, alcune pubblicate, qualcuna presentata su eBook Reader, quando ancora alcuni membri della commissione si rigiravano fra le mani quell’oggetto misterioso, domandandosi cosa fosse…
Non immaginavo che il lavoro didattico potesse appassionarmi tanto.
Il futuro si gioca nella formazione delle nuove generazioni, che mancano troppo spesso di buoni maestri.
E ora che lascio, sento di dovere dei ringraziamenti veri: ai tutti i miei allievi, innanzi tutto. Da loro ho realmente imparato molto. Poi alla Prof. Loretta Del Tutto, che mi ha dato corda, coprendo le mie idiosincrasie per tutto ciò che attiene alla burocrazia d’Ateneo; al Preside di Sociologia Prof. Bernardo Valli (che ha persino versato un piccolo obolo per poter stampare un paio dei libri dei ragazzi); e infine al personale dell’Università, dalle Segretarie di Facoltà ai bidelli. Al Magnifico Rettore Stefano Pivato, mio ex autore e mio amico, riservo invece un invito: faccia tutto il possibile per rilanciare a Urbino il ruolo di eccellenza che con la Scuola del Libro, con l’ISIA e con i Corsi in Editoria si è conquistata negli anni: Urbino: Università del Libro!
Quando ero solo un giovane editore sessantottino ho mandato in cattedra almeno una trentina di miei autori, ma mi sono sempre rifiutato di riservare anche a me un ruolo universitario, per lo stesso motivo per cui mi sono sempre rifiutato di prendere la tessera da giornalista (nonostante le molte centinaia di articoli e saggi scritti negli anni): non mi sembrava eticamente corretto avere in testa troppi cappelli, il mio era solo uno, quello da editore.
Oggi un pochino me ne pento, ma ormai i giochi sono fatti.
Buon futuro editoriale a tutti,
Mario Guaraldi

COMUNICATO FINALE
Si è conclusa con grande successo “La Scuola del Libro.0”. Ovvero: lo stato dell’arte dell’editoria digitale in Italia

PRESENTAZIONE DEL CORSO
http://www.guaraldi.it/scheda.php?lang=it&id=140&type=art

Jul
27

Cari amici,
credo doveroso informarvi delle mie dimissioni dall’AIE – Associazione Italiana Editori.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso – colmo per la verità da molto tempo, come molti di voi sanno – è stata una lettera riservata ai Soci (che per correttezza non allego) che riguarda la recente approvazione da parte del Senato del Testo del cosiddetto ddl Levi 2281 (che viceversa allego per vostra documentazione).
Io credo che i protagonisti veri della nuova economia del libro – quelli che in questi anni si sono ripetutamente incontrati a Rimini, a Fosdinovo, a Milano, nel corso dei vari BookCamp e dei Seminari organizzati da alcuni di noi, quelli che indagano i cambiamenti in atto nei vari Corsi di Laurea che per fortuna esistono nel nostro Paese – dovrebbero far sentire forte la loro voce in rete, esprimendo tutto il loro dissenso da queste logiche miopi messe in atto illudendosi che si possa tappare la falla aperta dallo tsunami digitale con un dito. Quello che occorre è un progetto forte, che ripensi globalmente il ruolo dell’editoria in tempi di mutazioni radicali, una vera Costituente che abbia a cuore prima di tutto la cultura e l’educazione delle nuove generazioni digitali (penso all’editoria scolastica), non l’improbabile difesa degli interessi di una corporazione impaurita e invecchiata.
Chiedo a tutti voi di rilanciare questi temi in rete, chiedo anzi di scrivere direttamente al Presidente Polillo rompendo il muro di isolamento dalla realtà che sembra caratterizzare una Associazione che temo rappresenti ormai sempre meno i reali interessi degli editori italiani che rischiano di essere tagliati fuori dalla competizione internazionale.

Buon lavoro a tutti,
Mario Guaraldi

***

Caro Polillo,
l’approvazione al Senato del ddl Levi 2281, mi obbliga a dissociarmi dalla Sua “soddisfazione per l’approvazione del provvedimento che premia lo sforzo e la disponibilità dimostrata dagli editori” e dal Suo auspicio che “al nostro interno queste nuove disposizioni vengano accolte e applicate fedelmente prestando molta attenzione a non sviluppare pratiche che, anche involontariamente, si pongano nei fatti non in linea o in contrasto con spirito della legge e con i limiti e le regole che ci siamo dati” (v. lettera Presidente Polillo in calce).
Il mio grave dissenso dalle politiche associative dell’AIE , che come ben sa è cresciuto progressivamente negli ultimi anni, giunge dunque all’epilogo: non mi sento più rappresentato dall’Associazione Editori e dunque ne esco.
So che ogni motivazione dettagliata risulterebbe del tutto inutile, ma sappia che considero questa Legge un capolavoro di ipocrisia farisaica.
Non solo non protegge le varie componenti della filiera del libro, come Lei sostiene, ma le danneggia con un rigurgito antiliberista che riporta il comparto editoriale a forme corporative di tipo protezionistico destinate a essere travolte dalle logiche del mercato e dalla moderna competizione globale basata sulle nuove tecnologie.
Una legge “contro” Amazon è solo una legge “stupida” (nel senso del celebre libello del Prof. Cipolla sulle tre leggi della stupidità umana): quanto crede che ci vorrà per trovare la scappatoia che consentirà ad Amazon di vendere con gli sconti che più gli fanno gioco, ben prima dei sei mesi di vantaggio che la legge chiede per “proteggere” le librerie italiane (che fra l’altro nessuno ha ancora accusato di cartello, facendo capo a non più di 5 catene proprietarie)? Anzi, la scappatoia – una delle tante possibili – è già stata trovata! In questi giorni, su BuyVip si vendono per 10 euro buoni acquisto da 20!
Per quanto mi riguarda sappia che i miei libri rientrano tutti sotto l’esentante art. 5 (sono tutti “esauriti”, in quanto stampabili solo “on demand”, sono prodotti artigianalmente, o sono “fuori catalogo”, o sono in edizione numerata, o sono libri d’arte ecc.): ma le sembra davvero una legge seria?
Vedrà presto brulicare in rete il parere dei protagonisti della nuova economia del libro…

Caro Polillo, mi spiace davvero che la sua Presidenza sia caratterizzata da questi inutili rigurgiti anti-liberisti. Le auguro di aiutare i suoi spaventati soci a rinsavire e accolga le mie dimissioni.

Cordialmente suo,
Mario Guaraldi

28/07/2011, Il Giornale
Intervista a Mario Guaraldi “Fuori dall’Aie per reclamare più libertà”

Feb
02

LAMENTO FUNEBRE DELL’EDITORE-NAVIGANTE NELLA TEMPESTA DEL WEB
E I TRE FARI PER NON FARE NAUFRAGIO [1]

di Mario Guaraldi

Il primo aspetto su cui occorre ragionare, parlando di e-book, è che viene a crollare il concetto unitario di “libro” derivante dalla sua “merceologia cartacea”.
Nell’era analogica e gutenberghiana, il fatto stesso che tutti i libri fossero stampati su carta, richiedessero la stessa tecnologia produttiva e fossero canalizzati per il loro smercio in un unico e tendenzialmente esclusivo circuito (le librerie almeno fino allo scossone dei libri in edicola e dei best-seller nei grandi magazzini), bastava a legittimare la pretesa di parlare di “libro” come astrazione concettuale (“opera dell’ingegno”) che nessuno si sognava di mettere in discussione. Per questo motivo le Associazioni di categoria hanno per decenni cavalcato e invocato provvedimenti “a favore del libro” (non meglio specificato).
Ma non poteva sfuggire a nessuno che la struttura stessa dei luoghi deputati alla vendita del libro denunciava da sé stessa la falsità dell’assunto, indicando con una opportuna segnaletica i settori e gli spazi in cui i libri vengono raggruppati per tipologia di contenuto: ad esempio “filosofia”, “storia”, “fotografia”, “cucina”, “erotismo”, “narrativa italiana” ecc. secondo l’intelligenza e l’abilità del libraio o del capofila della catena di librerie (Feltrinelli docet!).
In altre parole, la libreria appariva – e appare – come l’ultimo residuo storico del vecchio “bazar”, spazio di vendita che per definizione offriva ai clienti le merci più disparate.
Nessuno nega ovviamente che anche in questo consisteva il fascino di questo luogo, esattamente come i turisti europei restano tuttora affascinati dai bazar orientali. La recente polemica sulla richiesta di estensione all’e-Book del privilegio di un’iva ridotta come per il libro cartaceo riassume bene l’assunto, che pure continua a scandalizzare molti che confondono la natura del contenuto con la sua qualità. La verità è che non ha senso invocare un privilegio indifferenziato per una “merce” non più caratterizzata dalla sua vecchia “merceologia” bensì dai rispettivi contenuti immateriali. Ammesso infatti e non concesso che i “contenuti culturali” meritino un trattamento fiscale agevolato, o addirittura uno sgravio totale (come, in ipotesi, i libri di testo scolastici, i testi universitari e di ricerca scientifica) non si vede francamente per quale motivo i costosi manuali per commercialisti o le ponderose raccolte di giurisprudenza, per non parlare delle merceoleogie “di lusso” – come i coffee-table books realizzati dalle Banche per la rispettiva clientela esclusiva – dovrebbero essere considerati meritevoli di identico beneficio, indipendentemente dal circuito distributivo adottato, analogico o digitale che sia. Si tratta banalmente di merci diverse.
Questo dato dell’Iva, in realtà, non è significativo in sé, ma è un’utile cartina di tornasole per ripensare totalmente alle nuove modalità di essere del libro-multiforme con pricing differenziati in relazione alle varie modalità distributive e alle varie forme di fruizione dello stesso “prodotto”.
Più interessante, dal punto di vista concettuale, attorno al tema che vorrebbe premiato il contenuto rispetto alla sua forma, è la battaglia di retroguardia che le Agenzie per l’ISDN – banalmente gli uffici anagrafici del libro – stanno conducendo pretendendo che ogni “forma(to)” del libro (carta, PDF, ePub, Mbi, Kindle ecc.; e addirittura che ogni tipo di commercializzazione “protetta”) abbia un proprio ISBN! Come dire, registrare tante volte all’anagrafe il proprio figlio a seconda delle camiciola che indossa!
Un paradosso che la dice lunga sulla volontà di destituire della corona regale il famigerato contenuto : “Content is its shirt”, altro che “Contenti is king”! Da notare che basterebbe un dodicesimo numero aggiuntivo allo standard ISBN per precisarne la forma di fruizione potenziale, ammesso e persino concesso che sarà utile quantificare i circuiti di fruizione di quell’unico contenuto.
Viene dunque il sospetto che la scelta adottata dalle Agenzie Nazionali per l’ISBN ( l’AIE ha diffuso una “direttiva” in merito!) serva solo a moltiplicare per 5 o per 6 il lucrossisimo “ affare”[2] di vendita agli editori dei numeri di identificazione dello stesso contenuto! Personalmente propongo a tutti i colleghi di rispondere a questa ridicola pretesa con una fragorosa risata.
Il futuro ci riserva tuttavia un duro lavoro di “messa a punto” di una nuova “normativa”: ma di fatto, è impossibile ipotizzare nuove “regole del gioco” quando tutte le carte sono per aria, sotto il soffio, da un lato, delle nuove tecnologie che mutano il panorama del mercato di giorno in giorno; e, dall’altro, delle strategie di marketing messe a punto dagli attori principali (non più solo i proprietari di contenuti, gli editori, ma soprattutto dai padroni della circuitazione web) che in questa fase cercano di annusare nuovi modi di generare un legittimo profitto in un contesto storico e tecnologico agitato dal cambiamento in atto.

3 FARI PER NON FARE NAUFRAGIO
In questo mare tempestoso, ritengo personalmente che si debbano tenere ben fissi gli occhi sui almeno 3 fari che segnaleranno agli editori naviganti nel web la possibile costa di approdo e dunque una via di salvezza.

1. La pertinenza dei formati di utilizzo ( ovvero : sono i contenuti a dettare legge sui circuiti che li veicolano)
La dimensione liquida e diffusa del web consente l’emersione delle nicchie di interesse. E’ quasi certo che si venderanno più singole copie di milioni di titoli tutti diversi che non milioni di copie di uno stesso titolo: una tendenza opposta a quella che ha dominato le regole dei best-seller nel mondo analogico.
La costosa produzione del vecchio libro cartaceo, la costosissima distribuzione tradizione volta a un risibile numero di “punti vendita” deputati (le librerie-bazar) e la rincorsa di una “tiratura prestabilita” adattata all’investimento, con conseguente allineamento verso il “ minimo comune denominatore” dei livelli di qualità dei contenuti rivolti al mercato consumer, può lasciar posto, nell’era dei contenuti immateriali, al privilegio del “massimo comune multiplo” sul piano della qualità.
Ora, non tutti i “contenuti” vanno bene per un unico “standard” digitale di distribuzione, come pretenderebbe il pur benemerito e-Pub.
Questa logica “omologante” ha troppo l’occhio rivolto ai produttori dei devices di destino, in concorrenza fra di loro; e troppo poco alle esigenze dei “contenuti editoriali”.
Per tutti noi, nati nell’analogico, il libro è davvero la sua “forma” : non solo nel senso del suo aspetto esteriore (dimensioni, rilegatura, qualità della carta) ma soprattutto nel senso della qualità estetica del suo “impaginato” interno.
Margini, caratteri, corpi, spaziature, illustrazioni contestualizzate e quant’altro erano tutt’altro che meri “aspetti tecnici” affidati alla sensibilità grafica dell’editore o del grafico: erano e sono una sorta di “metalinguaggio” che si somma inscindibilmente alla “lingua scritta” e ne amplifica la capacità espressiva, esattamente come le espressioni facciali integrano e amplificano il senso del linguaggio verbale. E’ fin troppo evidente che un libro d’arte, ad esempio, o di architettura, esige quell’impaginazione mutuata dalla concezione cartacea che ancora le nuove tecnologie non hanno “rimpiazzato” in maniera credibile.
Con l’avvento di Internet, questo “formato” rendeva soprattutto possibile affidare questo complesso lavoro espressivo, immodificabile, alla rete, sia pure in forma di bit, in modo che il destinatario “remoto” – fosse esso una tipografia all’altro capo del mondo, o semplicemente un computer – potesse fruirlo o stamparlo “esattamente come era stato pensato e voluto dall’editore”. Il mitico PDF rese esaltante la fase pionieristica di chi vedeva con chiarezza i limiti, anzi le assurdità, della commercializzazione cartacea rispetto alle ragioni del “Print on Demand [3].
Ma gli editori “tradizionalisti” si misero di traverso per ragioni più che comprensibili: come proteggere il diritto d’autore (eufemismo per dire “diritto d’editore”) una volta scaricato il file PDF dal computer? Ben si sa che non c’è protezione che tenga di fronte agli smanettoni! Sarebbe stato un suicidio! E poi, chi mai credeva che un libro si potesse leggere su un monitor?
Fu una lunga, estenuante battaglia…
La scomparsa del PDF dalle logiche degli attuali grandi distributori planetari di contenuti digitali, non può non insinuare il sospetto che si stia giocando una “partita degli standard” che tiene conto di tutto tranne che delle esigenze dei contenuti culturali, per ovvie ragioni di interessi miliardari. E la costosissima, ultima generazione di DRM iper-protetto messo in campo da Adobe, non fa che confermarlo. E’ vero infatti che un romanzo o un saggio con testo corrente sono perfettamente leggibili su Kindle, o su un qualsiasi altro device, quasi meglio che sulla carta ; ma per un libro fotografico il lutto del “vecchio” impaginato come metalinguaggio essenziale, è tanto più cogente quanto più appare insoddisfacente la costosa e forsennata “rincorsa” attuale del formato ePub, e la troppo repentina “conversione” in massa degli editori a questo formato … che sta arricchendo i Services indiani.

2. Il digital lending (ovvero: il sistema bibliotecario come nuovo “mercato” di riferimento)
I sistemi bibliotecari rappresentano attualmente la più formidabile ed estesa rete di presidio culturale sul territorio che si possa immaginare[4]. Davvero il sistema bibliotecario mondiale, nelle sue mille sfaccettature e caratterizzazioni, può essere paragonato al sistema di circolazione sanguigna nel corpo umano: qui pulsa e circola il sangue della cultura. La rete commerciale delle librerie e persino delle cartolibrerie-bazar, così come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi, con le sue poche centinaia di “punti vendita”, appare ridicola, scompare letteralmente rispetto al radicamento capillare del sistema bibliotecario.
Intendiamoci: non ho nessun pregiudizio nei confronti dei circuiti commerciali. Mi limito ad osservare che essi bastano a loro stessi. Il criterio di selezione di un best-seller attiene alle regole del mercato. Il libro-merce, mi sta benissimo. Basta trattarlo per quello che è: una merce. Ma il libro a contenuto culturale e scientifico è un’altra cosa. Confondere i due libri, indipendentemente dal fatto che siano fatti entrambi di carta o siano entrambi in veste e-Book, sarebbe un errore clamoroso.
Io credo che il mondo bibliotecario, forte dei suoi numeri, debba fare sentire chiaramente la propria voce nell’agone attuale. Il mondo delle Biblioteche deve dire con chiarezza che cosa chiede al mondo dei produttori di contenuti.
Tutti coloro che concepiscono e trattano, come proprio “specifico”, dei contenuti editoriali – possedendone il Copyright o qualunque cosa gli assomigli nell’era della massima riproducibilità tecnologica – con esclusione cioè dei fornitori di servizi di self-publishing a pagamento, che per l’appunto non posseggono alcun diritto sui titoli che pubblicano in maniera mercenaria – dovrebbero essere trattati dal mondo bibliotecario come propri interlocutori privilegiati ed elettivi.
E la richiesta dei Bibliotecari agli Editori dovrebbe partire proprio da quei piccoli accorgimenti cui accennavo all’inizio e che colpevolmente non sono mai diventati richieste o rivendicazioni nei confronti della corporazione editoriale.
Sebbene sia il mondo editoriale che quello bibliotecario si nutrano di contenuti culturali, essi paiono invece reciprocamente estranei e addirittura ostili. Tuttavia, è solo apparentemente strano che siano fra loro così drasticamente alieni. Una ragione evidentemente c’è ed è ovvio svelarla: l’editoria è il mondo dove contenuto vuol dire vendita e proprietà, mentre la biblioteca è il mondo dove contenuto vuol dire gratuità e servizio. L’editore vende per proprio profitto, il bibliotecario compra per il profitto altrui.
Se oggi i due mondi si guardano in cagnesco, resta da domandarsi se la reciproca ostilità sia “ragionevole” in tempi in cui la tecnologia ha reso possibile quello che fino a ieri era un puro paradosso se non addirittura una contraddizione in termini : il “prestito di un contenuto digitale”.
Bastava guardare ial modello americano di Overdrive – colosso ante-litteram del Digital Lending operante da anni – per capire il potenziale interesse di convertire al digitale la tradizionale offerta di acquisto cartaceo delle Biblioteche. Il mercato italiano potenziale di questo servizio è costituito da circa 16.000 biblioteche ( di cui 6.000 pubbliche di ente locale – con un bacino d’utenza reale di circa 6 milioni di persone su base nazionale – 46 biblioteche pubbliche statali e 2.500 biblioteche nelle università statali; cui vanno aggiunte le biblioteche italiane all’estero – ad esempio Istituti di cultura statali, dipartimenti universitari di italianistica ecc. – e le public library che collezionano anche titoli italiani).
Un mercato davvero straordinario in termini di potenziale d’acquisto di contenuti, ma contemporaneamente un mercato deputato a raccogliere preziose indicazioni di “gradimento” e “richiesta” da parte del pubblico che fruisce gratuitamente dei servizi di prestito bibliotecario : oserei dire uno straordinario “strumento di marketing” reale per il mondo dell’editoria.
La realtà italiana vede già operante da tre anni una interessante piattaforma di distribuzione di contenuti digitali che sperimenta tutte le forme di digital lending oggi esistenti sul mercato (dallo streaming al download a tempo) a 360 gradi su tipologie multimediali (non solo libri ma anche musica, film, audiolibri, quotidiani, ecc.) e formati. Con l’obiettivo di rispondere alla multimedialità della domanda di contenuti effettivamente proveniente dal mondo delle biblioteche.

3. La produzione multilingue (ovvero: L’allargamento planetario del mercato )
Se non l’avessi letto oggi coi miei oggi sul prestigioso inserto domenicale del Sole24 ore avrei temuto di aver pensato una sciocchezza (come mi aveva bonariamente fatto notare un mio amico che lavora ai vertici di una grande casa editrice). Il guaio è che lo sostengo ( e lo scrivo) da anni.
Scrivono Mike Shatzing e Marco Ferrario sul Domenicale[5]:” In teoria, non sarà più necessario per un editore americano (…) vendere i diritti a editori non di lingua inglese, se ciò che gli manca è la traduzione e l’editing nella lingua locale. Potrà farseli da solo.(…) gli editori del pianeta si troveranno di fronte alla sfida di valorizzare in maniera diversa il patrimonio di diritti che hanno in portafoglio…”.
Già oggi il web è capace di trasmettere contenuti in forma digitale in oltre 1.000 lingue scritte, a costo zero, favorendo l’integrazione multietnica e la formazione delle nuove generazioni.
Una “Babele” sconosciuta al mondo editoriale, chiuso nei recinti delle rispettive aree linguistiche, regolato da leggi secolari di interscambio e di vendita dei “diritti stranieri”, riti che si compiono puntualmente ogni anno nei vecchi santuari delle grandi Fiere del Libro ( come Francoforte). In questa prospettiva di “recinti linguistici” intercomunicanti per via contrattuale con la mediazione dell’universo dei traduttori, succedeva che alcuni mercati fungessero da “test” di marketing: un best-seller americano non poteva non esserlo anche in Europa; e il dato di vendita fissava la quotazione della traduzione nelle altre lingue.
Questo dato di fatto era fisiologicamente determinato dalla “inaccessibilità” dei mercati di differente area linguistica: un editore italiano che avesse preteso di vendere un proprio autore direttamente negli Usa si sarebbe trovato a soccombere prima ancora di poter mettere piede da Barnes & Noble!
Ma oggi il web ha abolito le dogane e persino le frontiere (salvo che per gli aspetti fiscali) e persino il sito della microscopica Guaraldi è visibile e accessibile dagli Usa come dall’ Afghanistan, per non parlare invece di Librai planetari come Amazon o di web-bibliotecari come Google che hanno fatto della globalità dell’offerta il loro punto di forza!
Certo, la penetrazione globale di una piattaforma come Amazon o come la futura Google eBooks implica investimenti miliardari; ma è un fatto che io possa immettere su queste stesse piattaforme dei “contenuti” in partenza concepiti come “multilingue”.
Mi pare però evidente che questa “potenzialità” non potrà essere sfruttata immediatamente dai grandi gruppi editoriali proprio a causa della complessità della rete relazionale e contrattuale che ritualizza gli interscambi di traduzioni; mentre è una opportunità straordinaria per i piccoli editori di cultura che non sono necessariamente a caccia di grandi numeri. Nella logica delle nicchie cui facevamo riferimento, l’offerta di uno stesso titolo in cinque lingue diverse moltiplica ovviamente per cinque la potenziale ricerca e il successivo eventuale ordine di quel titolo, avendo come breakeven di redditività i soli costi di traduzione. Per piccoli editori abituati a un mercato di poche decine o centinaia di potenziali clienti cartacei, si tratta di non tremare di fronte a questa inattesa opportunità offerta loro dalla globalità del mercato dei contenuti immateriali, ma di cavalcarla con parusia e intelligenza al di fuori dei lacciuoli dei rapporti fra colossi che fino ad oggi si spartiscono l’accesso al più rudimentale fra gli strumenti di marketing: quello che sancisce le status del best-sellers.

Conclusioni
Forma del libro digitale, prestito ( o abbonamento) librario come alternativa al mercato retail “atomico” (per dirla con Giulio Blasi[6]), potenziale accesso multilingue dei contenuti al web, mi sembrano davvero tre snodi cruciali che consentiranno di uscire dall’attuale Far Web. E poiché in momenti epocali come quelli che stiamo vivendo non serve la semplificazione, e tanto meno una improbabile possibile conclusione, aggiungerei un’ultima considerazione sulla quale sarà opportuno dedicare uno specifico sforzo di pensiero: quello del “pricing”. Anzi dei “pricing”.
Poiché il libro immateriale assomiglierà sempre di meno a una merce e sempre di più a un servizio, è ovvio che il costo di questo “service” dovrà essere misurato dall’importanza e dall’estensione del suo utilizzo e non più dalla ponderosità del suo contenuto.
Ipotizzo in altre parole la possibilità di prefigurare finalmente quella metamorfosi radicale – fantasticata molti anni fa – che porterà gli editori a trasformarsi in “Banche dati di contenuti culturali” forniti on demand. Confesso che l’idea di diventare un banchiere di contenuti culturali non mi dispiace affatto.
La geniale intuizione del bengalese Muhammod Iunus [7] sembrerà risibile, al confronto.


[1] Una parte di questo documento è stata redatta in occasione del Brain Storming sul tema dell’editoria digitale (Firenze, 4 novembre 2010, Biblioteca Nazionale). Il tema che mi era stato affidato dalla brava Paola Capitani era di quelli che nessun editore vorrebbe svolgere in questi tempi di Far Web. Parlare infatti di “tipologie ed esempi di editoria digitale”, discutere dei “tanti modi di scrivere, impostare, immaginare, distribuire e leggere libri digitali” è in realtà parlare della “crisi di identità” dell’editore che si trova ad operare sul crinale di quel passaggio epocale dall’unico modo di pensare, produrre e distribuire i libri “di carta” dell’era analogica, alla multiforme complessità offerta ai contenuti editoriali dalla nuova era digitale. Per non disperdermi in analisi già fatte e in teorizzazioni che – almeno per quanto mi riguarda – datano ormai di una quindicina di anni ( alla faccia di chi parla di “rivoluzione” e non di lenta e prevedibile “evoluzione” del modo di fare editoria nell’era di Internet), avevo deciso di incentrare il mio contributo su quello che ho chiamato Il lutto dell’editore nell’epoca di mezzo, ovvero Lamento funebre per la morte della pagina “giustificata” .

[2] Se è vero che ogni ISBN “semplice” costa all’editore 3 euro cadauno e che si pubblicano in Italia circa 60.000 nuovi titoli all’anno non ci vuole un ragioniere per calcolare che le entrate dell’Agenzia italiana per l’ISBN passerebbero dai 180.000 euro attuali a circa 1 milione di euro !

[3] Da un lato : eccesso di tiratura necessaria per riempire le pieghe distributive in caccia della famigerata “vendita d’impulso”, via vai di reso-rifornimenti dal magazzino dell’editore ai punti di vendita sempre bisognosi di rese di “alleggerimento”, impossibilità di valutare il venduto reale (il sell-out), costi altissimi di gestione del magazzino, follia del prezzo imposto da cui scorporare tutte le percentuali dei vari passaggi commerciali. Dall’altro: la possibilità di pubblicare il solo PDF, senza più i costi di stampa, per raccogliere le prenotazioni di una successiva stampa “on demand”, o anche esclusivamente per la fruizione come file digitale.

[4] Cfr. Mario Guaraldi in “Biblioteche Oggi” n° 7 , p. 23 Cronache dal Far Web, e-book e distribuzione http://www.bibliotecheoggi.it/content/n201007.html [abstract]

[5] “Conquistatores del nuovo Mondo e-book” in Domenica del 30 gennaio 2011, pag 26.

[6] Cfr. http://didattica.spbo.unibo.it/bibliotime/num-xiii-3/blasi.htm

[7] http://it.wikipedia.org/wiki/Muhammad_Yunus

Dec
29

Quell’orrendo regalo di Natale

postato da mario guaraldi in Eventi, Fellini, Rimini, Varie

Fra pochi giorni Rimini sarà protagonista della più banale notte televisiva dell’anno. Non è questo il “regalo” che la nostra città avrebbe meritato di trovare sotto l’albero; non è questo l’accoglimento di quello spirito di sobrietà che abbiamo sentito proclamare la notte di Natale. In tempi in cui tutto – inclusa la Festa riminese di Capodanno – sembra insegnare esattamente il contrario (il desiderio di apparire, lo sperpero, l’ingiustizia e l’egoismo), fa male al cuore pensare a tanto denaro pubblico letteralmente gettato in una notte.
La nostra città non merita di essere infangata da polemiche inutili: ma ciò che la infanga realmente è la rabbrividente (è proprio il caso di dirlo!) apologia dei più logori luoghi comuni del divertimentificio balneare affidata a naufraghi dell’intrattenimento televisivo e a qualche cantante o ballerina con la pelle d’oca, cui bisognava pur garantire una minestra calda.
Indipendentemente dall’effimero “successo di pubblico” che la Festa potrà vantare il primo gennaio, quando il suo baraccone da circo in Piazzale Fellini verrà smontato, non potremo non pensare alla differenza con il Concerto di Natale ad Assisi. Il Tempio Malatestiano non è certamente da meno della Basilica di San Francesco! Ma il confronto fra Pino Insegno e Leon Battista Alberti , Roberto Valturio e i Malatesti, o fra Mara Venier e la Beata Chiara (sic) è ovviamente impari: chi diavolo sono costoro? Nomi sconosciuti alla maggior parte dei nostri ragazzi proprio per l’asfissia di quell’“incultura” televisiva che abbiamo regalato loro e di cui siamo totalmente responsabili. Rimini ha un disperato bisogno di cultura, sta soffocando per mancanza di ossigeno culturale!
Ma quello che fa più male è pensare che la Festa avrebbe potuto essere giocata all’insegna di Federico Fellini, il cui nome è stato – quello sì – davvero infangato dalle miserrime vicende che fino a ieri hanno accompagnato la Fondazione a lui intestata. Evidentemente, la dirigenza politica riminese non è stata capace di pensare che una Festa di Capodanno dedicata al grande regista riminese potesse contemporaneamente ripianare il “buco” finanziario della Fondazione (su cui tutti si sono farisaicamente stracciate le vesti, senza vedere il confronto con i costi della Festa…); rilanciarla a livello nazionale (anche economicamente, con un appello televisivo alle grandi aziende, come suggerito dal neo Presidente Celli); e soprattutto qualificare davvero l’immagine di Rimini (da ribattezzare – perchè no – “Fellinia” secondo la geniale proposta di Sebastiano Vassalli!) e dell’intera riviera romagnola. Può essere almeno una proposta per l’anno 3012*? Il problema è non perdere la speranza.

Mario Guaraldi

* 3012: La città di Fellinia
La maggiore industria italiana – come tutti sanno – è l’industria delle vacanze e dei divertimenti e la capitale di quell’industria è la città in cui nacque Antalo, la favolosa Fellinia: così chiamata in onore di uno dei più grandi autori di cinema dell’Evo antico, Federico Fellini. All’epoca della nostra storia, Fellinia contava forse due milioni di abitanti, o pochi di più; si estendeva – e tuttora si estende – sulla costa del mare Adriatico per una ventina di miglia e inglobava, come quartieri autonomi e contigui, città antichissime: Rimini, Cesenatico, Riccione, Cervia, Bellaria, Cattolica. I suoi sobborghi erano, a nord, la città-museo di Ravenna, e, a sud, il popoloso e pittoresco quartiere di Pesaro. Fellinia era, ed è tuttora, una metropoli del divertimento, soprattutto estivo, per molti aspetti unica al mondo. Chi non si è trovato almeno una volta e almeno in sogno in una delle cattedrali felliniane del piacere, dove tutto è permesso e tutto è disponibile: il Grand Hotel, il Casino, il Transatlantico Rex, il Luna Park? Chi non ha desiderato di poter pranzare in uno di quei famosi ristoranti, dove i maestri della cucina italiana preparano ogni singolo piatto come un orafo preparerebbe un gioiello: il Rigatoni, il Goloso, il Gran Babà, il Pecorino, la Scarpetta e tantissimi altri, forse meno famosi ma non meno degni di essere conosciuti e frequentati? Chi, infine, da giovane non ha desiderato di trascorrere un’intera estate in questa Mecca dell’umana felicità, che ha saputo pianificare e personalizzare il divertimento di massa fino a dare l’illusione, a ogni singolo visitatore, che tutto esista e sia stato fatto solamente per lui? Detto questo, però, è necessario aggiungere che la Fellinia dei tempi di Antalo era una città un po’ meno allegra della Fellinia di oggi. Era la capitale mondiale dei centrivita: che nell’Evo antico costituivano la sua maggiore attrazione e che si servivano degli schermi tridimensionali e dei “programmi” elaborati da un cervello elettronico per far vivere ai clienti le avventure che loro desideravano, e che la realtà non gli avrebbe mai dato. Nei centrivita di Fellinia c’erano programmi di ogni tipo e di ogni durata. Le avventure più richieste, come dappertutto, erano quelle erotiche di pochi giorni; ma erano molto ricercati anche i programmi in cui il protagonista diventava ricco, oppure diventava potente, o compiva imprese memorabili, o viveva, come artista, una stagione straordinariamente creativa. C’era perfino chi si rivolgeva ai centrivita per cercarvi situazioni che avrebbero dovuto essere normali o addirittura banali, e che nell’epoca della pace non lo erano affatto: una serata tranquilla con i propri familiari, una domenica con gli amici, un incontro piacevole con uno sconosciuto (o con una sconosciuta). La maggior parte dei programmi dei centrivita erano accelerati, cioè facevano vivere in poco tempo una storia completa; ma c’erano anche, e anzi erano sempre più richiesti, i programmi cosiddetti in tempo reale, che duravano mesi ed anni e potevano prolungarsi nel tempo, quanto la vita stessa del protagonista. Il sogno segreto di moltissimi abitanti del pianeta, nell’età della pace, era quello di arrivare ad avere abbastanza quattrini per tirarsi fuori dall’inferno della competitività e dell’aggressività e per rifugiarsi in un programma controllato da un calcolatore elettronico, a godere un’esistenza di meritati successi, di affetti e di crescenti soddisfazioni, finché fosse venuto il momento di togliere il disturbo e di andarsene, con i conforti garantiti dall’elaboratore. Meglio una vita illusoria ma piacevole – ragionavano in tanti – che una vita autentica e sgradevole; e si riducevano a vegetare come automi nei cronicari dei centrivita, programmati da un’intelligenza artificiale che in cambio del loro denaro gli elargiva una felicità durevole e sicura, per quanto possano essere sicure le cose degli uomini. Questo, dunque, era il mondo che si preparava a celebrare, nel 3010 dell’èra cosiddetta cristiana, i suoi primi cinquecento anni di pace, e che però non era mai stato così pericoloso e difficile per chi doveva viverci, nemmeno nelle epoche più lontane a cui la memoria potesse rivolgersi per cercare un confronto.

(Sebastiano Vassalli, 3012, Einaudi, Torino 1995, cap. 6, pp. 23 e sgg.)
Estratto da Federico Fellini La mia Rimini

Sep
14

www.ebookfest.it

Un inserto speciale [scarica qui il PDF] di 8 pagine dedicate da La Nazione all’evento strilla in copertina “Il più grande evento nazionale dedicato all’editoria digitale”.

Non saprei dire se è stato “il più grande” coi suoi 22 seminari, le 5 grandi tavole rotonde, la trentina di “comunicazioni” di progetti, un intero spazio su “Second Life”, una web tv che trasmetteva in streaming, oltre a un numero imprecisato di incontri spontanei da vero “BookCamp”. Certo il livello delle partecipazioni è stato davvero alto, quello che si usa dire “irripetibile” per la tensione ideale che ha animato i tre giorni di lavori, mettendo a confronto tutti, davvero tutti i protagonisti della nuova filiera dell’e-book nel suo ambiente naturale (il web 2.0) assieme ai massimi studiosi in campo (da Gino Roncaglia a Mario Rotta, da Giulio Blasi a Maurizio Chatel, Roberto Maragliano e tantissimi altri) e ai blogger più famosi (da Giorgio Jannis a Gianni Marconato, fino alla bravissima Maria Grazia Fiore).

Editori, autori, distributori digitali, bibliotecari, rappresentanti della Regioni, docenti Universitari (6 le Università rappresentate), web designers, impaginatori, insegnanti di ogni ordine e grado (dalle elementari fino ai licei d’eccellenza), si sono confrontati a tutto campo sul futuro del libro; meglio, sul futuro della cultura nell’era di Internet, di Amazon e degli eReaders. All’insegna della speranza e dell’ottimismo. Non a caso si è ragionato addirittura sui tre termini del linguaggio informatico che sanciscono quasi una “teologia” della cultura digitale: to convert, to justify, to save (secondo la geniale definizione di Mons. Bruno Forte). Davvero il problema sul tappeto è la salvezza della cultura in tempi di basso impero mediatico e televisivo…

Un evento, ripeto, irripetibile: frutto della disseminazione generata tre anni fa a Rimini, nel quadro di Castel Sismondo, poi attecchita rigogliosamente nelle piazze d’armi e nei saloni medioevali di Castello Malaspina, incontro simbolico di due epoche che hanno visto le due sole grandi rivoluzioni del mondo del libro: quella di Gutenberg e quella digitale.
La documentazione allegata è solo l’ombra di ciò che veramente è successo il weekend trascorso.

Grazie a tutti i partecipanti,
Mario Guaraldi

Album fotografico ebookFest
Incontri
Luoghi
Momenti
Ombre
Personaggi

Inserto speciale LA NAZIONE 13/09/2010
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Il sito ufficiale di ebookFest
www.ebookfest.it

Aug
01

Content is king.

postato da mario guaraldi in Biblioteche, Editoria digitale, Eventi


Come ci piace questa frase !

È un po’ come dire che il nome più bello di Patria è Biblioteca. Già, perche biblioteca vuole dire “contenuti”, e noi subito aggiungiamo “culturali”: le radici della Patria stanno nella sua cultura e la sua cultura sta in Biblioteca. Dunque, Google è la nostra vera Patria !

Già. Ma è vero anche che di notte tutti gatti sono neri e solo il fatto che i libri fossero di carta li rendeva merceologicamente “simili”.

Ma oggi, con l’e-book ?

Non c’è più nulla che garantisca che una cazzata new-age sugli angeli, un saggio di “autoaiuto” su come aumentare la propria “autostima” erotica facendo ciuf-ciuf a tutto spiano, un libro di filosofia teoretica, un trattato di troduttologia e uno di storia dell’arte di un pittore minore del settecento, siano la stessa cosa.

Anzi, sono “generi” radicalmente diversi, spesso e volentieri opposti. Contenuti diversi, prodotti diversi.

E allora? Iva a parte, cosa succederà sulle nuove piattaforme distributive, dato che, appunto, “content is king”? Cosa caratterizzerà il futuro dell’e-book, di questo contenuto “immateriale”, nel nuovo mercato planetario dei contenuti ?

Questo “re” agognato è il vero discrimine del futuro digitale: “a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”.

Tradotto: al Mercato quello che è Merce (magari deteriorata, o “scaduta”, o transgenica, insomma i “libracci”, e alla Cultura ciò che le compete: la ricerca, la qualità, soprattutto la formazione. Che qui chiamiamo, con orgoglio ed enfasi, “la nicchia”.

Linea di confine, come sempre ambigua, l’informazione e la narrativa: che possono scegliere (e scelgono) di stare al di qua o al di là della frontiera….

Su questi argomenti il seminario all’eBookFest, 10/11/12 settembre 2010 a Fosdinovo

Jul
18

Perché non sottoscriverò la petizione lanciata da Raffaele Barberio

Lettera aperta ad Agostino Quadrino di Garamond

Caro Agostino,

visto che lunedì 19 hai aderito al programma di Barberio e interverrai dunque al “lancio” del suo sito www.ebook.it, lascia che motivi – a te a tutti gli amici che parteciperanno all’incontro nella prestigiosa Sala della Mercede alla Camera – perché non sottoscriverò la petizione di riduzione dell’IVA degli e-books al 4% nell’attuale ambiguità legislativa che “regola” il commercio librario.

Tu ricorderai che la battaglia dell’AIE per ottenere l’IVA agevolata all’epoca si era incentrata proprio sui “meccanisi di resa” che caratterizzano il commercio librario. I libri “venduti” alle librerie non sono in realtà tali fino al definitivo sell-out che si realizza con l’acquisto da parte del cliente: il continuo andirivieni fra libraio, distributore ed editore avrebbe reso micidiale la tenuta contabile dell’Iva a credito e a debito.

Va anzi ricordato in questa sede che il vecchio libro cartaceo è l’unica “merce” che obbligatoriamente ha un “prezzo imposto”, per cui il concetto stesso di Imposta sul valore aggiunto è un non-senso: bisognerebbe infatti parlare non di IVA ma di una IVS, un’Imposta sul Valore Sottratto, giacchè tutto il suo meccanismo commerciale è basato su sottrazioni percentuali dal prezzo imposto di copertina: tot al distributore, tot al promotore, tot al libraio ecc. Non starò qui a ricordati le mie battaglie di una vita contro la logica aberrante del “prezzo imposto” e della percentuale intesa come “pizzo”che regola la distribuzione dei benefici di vendita ai vari protagonisti della filiera. A partire dal concetto stesso di “diritto d’autore” calcolato su un prezzo di copertina stabilito sempre arbitrariamente su “ipotesi” di venduto, inevitabilmente sempre sbagliate o per eccesso o per difetto! Rileggiti un po’ dei miei vecchi studi in proposito.

Quello che mi preme qui ricordare a te e agli amici che interverranno al dibattito è che per il libro cartaceo la normativa prevedeva banalmente una resa fisiologica per così dire “scontata in partenza”: ecco la ragione dell’IVA ridotta al 4%! Non la “nobiltà” della merce, non un privilegio della “cultura”, ma un semplice calcolo meccanico di come funziona il via vai del libro fra i magazzini dell’editore e gli scaffali delle librerie, regolato da quella micidiale legge non scritta chiamata “diritto di resa”. Unica protezione del libraio, è vero; ma anche vero responsabile della bulimia produttiva che caratterizza un mercato per sua natura affetto da nanismo: un migliaio di punti vendita in tutto, concentrati nelle mani di cinque grandi gruppi.

Fortunatemente, le modalità online del commercio dell’e-book fanno apparire per quello che sono, medievali, le logiche del “diritto di resa”: un libro scaricato dalla rete è venduto e basta! Ma è ovvio che facciano finta di non capirlo i colleghi che controllano ampi segmenti del mercato cartaceo, che si devono difendere dal rischio di improvvise rese milionarie, se il “sistema” si incrinasse e volvesse troppo rapidamente a favore della circuitazione digitale…

Ed eccoci al punto.

L’ebook, col suo contenuto immateriale, ripropone a tutto il sistema editoriale, in maniera non ambigua, la sua natura di servizio culturalmente rilevante offerto alla cittadinanza, a partire dal mondo della Scuola: non solo la sua natura di merce, che tuttavia non è estranea neppure al mondo degli ebook, senza scandalo per nessuno.

Nel mondo dei contenuti immateriali il concetto di “prezzo imposto” fortunatamente si vanifica e manifesta tutto il suo anacronismo storico. Lo stesso libro-servizio lo si troverà a prezzi diversificati sulle diverse piattaforme distributive. Kindle raddoppia il prezzo indicato dal proprietario dei diritti (non più necessariamente solo l’editore, così come lo concepiamo oggi) in relazione ai vari Paesi di destino (da cui viene originato l’ordine), ai cosiddetti delivery-cost e ai relativi sistemi di tassazione. Lo stesso libro sarà acquistabile a 5 dollari negli USA e a 10 in Europa, e così a seconda delle varie Piattaforme Distributive che fra non molto pulluleranno nel web. Per lo stesso motivo diventa irrilevante, rispetto al prezzo di vendita, il fatto che l’ebook sia di 500 pagine o di 32: entrambi potrebbero costare 9,90 dollari.

In questo quadro appena abbozzato sarebbe dunque più logico dedurre il contrario di quanto assunto dalla petizione che viene oggi proposta: bisognerebbe cioè avere il coraggio di rinunciare al prezzo imposto di copertina (anche per il libro di carta) e accettare la logica di una vera Imposta sul Valore Aggiunto: ripensata però in funzione della tipologia del servizio offerto, come già si attua ad esempio per molte merci definite “di lusso”, giustamente caricate di una IVA più pesante.

Non ti sembrerebbe corretto, ad esempio, ipotizzare che i libri scolastici meritino un’Iva del 2% mentre i Libri di cucina quella del 20%, o che i Coffee-table Books possano sopportare tranquillamente il 30%? Riterresti scandaloso ipotizzare che i libri acquistati dal Sistema Bibliotecario per il prestito gratuito dei contenuti immateriali siano esenti Iva e che gli stessi venduti ai librai per ricavarne un beneficio economico siano trattati al 20?

Mi obietti che è pericoloso entrare nel merito delle “tipologie”: un’opera dell’ingegno è tale e ha (o non ha) un valore indipendentemente dalla sua destinazione. Ti rispondo: si viaggia sia in Yaris che in SUV, ma con aliquote diverse e senza alcun giudizio di valore sulla qualità dei mezzi… Se il libro di carta poteva prestarsi all’equivoco merceologico della sua forma, non più per l’e-book: un libro sui funghi non è la stessa cosa di un testo di filologia romanza. Vedi dunque che non fa differenza a questo punto che si tratti di un libro di carta o di un cosiddetto ebook.
La battaglia per applicare a quest’ultimo un’agevolazione artatamente mutuata dal vecchio modo di commerciare la carta, è una battaglia di retroguardia, ambigua e da rigettare. E le paparazzate del Palazzo servono davvero a poco (e a pochi).

Sarebbe invece tempo di invocare una vera Costituente del Libro tout-court, come quella che dovremmo discutere come Consortium al Vega di Venezia o all’eBookFest di Fosdinovo: perché un libro è un libro in qualunque forma si presenti, è il suo contenuto non la sua forma.

Buon lavoro a tutti.
Mario Guaraldi

  mario guaraldi

Mario Guaraldi è il fondatore dell'omonima casa editrice. Dal 1998 inizia a trasferire tutta l'attività editoriale in rete e dal 2004 è docente presso la Facoltà di Sociologia dell'Università di Urbino per il corso di laurea in Editoria, Media e Giornalismo.
Per saperne di più puoi leggere una sua breve biografia QUI