Nov
25

Per il mondo dell’editoria, la rivoluzione digitale inizia quando si capisce che un libro è il suo contenuto, non la sua forma.
Per molti colleghi questa rivoluzione non è mai avvenuta, o per meglio dire non è ancora avvenuta.
Gli amanuensi, i calligrafi e i miniatori hanno continuato a fare egregiamente il loro mestiere ancora per oltre mezzo secolo dopo Gutenberg. Il Duca di Urbino si vantava di non avere un solo libro a stampa nella sua biblioteca, ma non poté fare a meno di utilizzare, per le sedute esterne del suo splendido Palazzo, le immagini delle macchine belliche disegnate da Matteo de’ Pasti per l’incunabolo dell’opera di Roberto Valturio stampato a Verona nel 1472: più semplici che non le fantasiose versioni miniate nei 22 codici realizzati dallo scriptorium riminese del grande umanista.
Una mia laureanda ha fatto una tesi sull’evidenza, emersa a lezione, che ogni “salto tecnologico” comporta in prima istanza un calo della qualità estetica del manufatto. Ancora oggi appare difficile dire che una buona stampa offset possa essere migliore della foto originale. Troppi “passaggi” rendono arduo il compito. Ma paradossalmente, l’estetica, nell’era della sua riproducibilità tecnologica, doveva attendere l’avvento del digitale per poter accettare la sfida: oggi una stampante Indigo può calibrare l’immagine da stampare direttamente e al vivo nel confronto con l’originale; e la zoomabilità dell’immagine digitale fino a molte centinaia di volte consente “letture” dell’originale impensabili per l’autore stesso.
Queste “visioni”, queste zoomate della fantasia, sono tipiche dei “profeti”. Essi vedono oltre l’attualità tecnologica del momento. Il profeta è l’ecografista del futuro. Egli vive ai margini del mercato, lo conosce ma non lo ama. Non lavora per le Ausl. É una sentinella. Preferisce le alture da cui scrutare l’orizzonte. Sentinella, dimmi, che turno è della notte dell’editoria? Dal ramo del fico quando intenerisce e mette le gemme sa che l’estate digitale è vicina.
C’è una specie di legge che regola le evoluzioni, una specie di maturità dei tempi. La rivoluzione è solo il piccolo momento di rottura conclusivo di una lunga gestazione della novità . Come la rottura delle acque nel travaglio del parto. Ma non è quello il clou dell’evento. Deve prima apparire il volto del neonato perché l’avventura abbia inizio davvero, prima che si possa parlare di una nuova vita che si sviluppa e avanza sulla inesorabile decadenza di chi l’ha generata.

L’e-book – il libro digitale che ha bisogno di un nome straniero per definirsi – è il neonato di cui stiamo parlando; ha ancora gli occhi chiusi ma un prepotente bisogno di nutrirsi. I fratelli cartacei più grandi cercano subito di soffocarlo, come Freud insegna, ma il fantasma fratricida si stempererà presto in una specie di presa di controllo contrabbandato da istinto di protezione.
I vari e-Reader, i Kindle, gli i-Rex, i Sony, i Samsung sono i primi giocattoli che genitori apprensivi gli rovesciano addosso per stimolarne lo sviluppo. I genitori abitano in Internet, la città planetaria, si chiamano Google e Amazon, bibliotecario lui, libraia lei: sono gli apripista di una mutazione genetica da cui si aspettano molto; e su cui investono molto. Nonno Microsoft e nonna Murdoch stanno a guardare irritati questi figli voraci che vogliono spartirsi l’eredità. Ma i capostipiti sono ancora capaci di generare, forse, qualche figlio della vecchiaia che faccia Bing. E sicuramente non si faranno spogliare senza qualche scapaccione legale. Né i nonni né i genitori sembrano consci del fatto che il nipotino e-book è geneticamente modificato e nessuno sa esattamente a cosa sia destinato.
Ma presto sarà guerra totale. Presto arriveranno le truppe di invasione. Armageddon sta armando i propri bit, sta cercando di controllare le vie del web, cerca di imporre dazi sulle autostrade di Internet, inventa virus, ripropone antiche gabelle, alza barriere.
La posta in gioco è il Diritto d’autore, il nemico da battere la gratuità. Il copyright è una invenzione giuridica recente, la gratuità una antica pretesa della Natura. Una domanda inespressa corre muta nel web: la cultura è una merce, un servizio o un bene comune, come l’aria o l’acqua? Anche l’acqua, lo sappiamo, può diventare un business, e in un mondo carente d’ossigeno non mi stupirei che apparissero presto anche i contatori d’aria, delle bombole a pagamento. Ma oggettivamente il problema esiste: come guadagnare commerciando l’immateriale? Come remunerare la creatività? Non si tratta di salvaguardare una normativa, ma di inventare un diverso modo di far fruttare la gratuità della rete; di far pagare un servizio multiforme che muta pelle a seconda dei devices cui è destinato.
Per il momento, l’e-book non è ancora precettato, per ora lo tengono sotto tiro solo con la stupidità del new-age, con la voracità dei DRM. Il giovane e-book guarda con trepidazione al mondo della Scuola e alla galassia dei sistemi bibliotecari: ma i suoi potenziali alleati lo ricambiano ancora con sospetto. Lo temono. Temono la carica dirompente di un nuovo modo di concepire la didattica, di un modo virale di diffondere la cultura. Non aveva evidentemente fatto troppo male la prima bordata delle truppe d’assalto contro le Biblioteche, pretendendo da queste il pagamento di diritti sul prestito bibliotecario. Solo un’avvisaglia, attente a non tradire la carta! Non stupisce che ora Murdoch chieda i diritti a Google per indicizzare i contenuti delle sue news.
Si, la guerra scoppierà. Ancora una volta prevarrà la notte della ragione come nella piovosa San Francisco di Blade Runner? “Ho visto cose che voi umani…”. Sarà una colomba che si libra nella pioggia, il finale, o una pagina di Moby Dick sfogliata sul Kindle con l’immagine del capitano Achab trascinato sul fondo?
Chissà. La guerra scoppierà, il profeta avrà nuove visioni, le truppe si sposteranno per altre invasioni. L’e-book diventerà grande. Quale sarà il suo volto ancora non lo sappiamo. Ma sappiamo per certo che tutti lo capiranno, non escluderà nessuno, parlerà mille lingue e anche i ciechi lo vedranno…

Nov
09

Otto euro e ottanta centesimi è la somma che vi suggerisco di dedicare all’acquisto dell’ennesima – ma davvero ennesima ! – edizione di un libricino che dal 1988 (data della sua prima uscita “ufficiale”) alimenta il mio peccato di invidia nei confronti dell’editore Il Mulino.
Va da sé che il libricino, di sole 84 pagine in formato 11×17.7, è un piccolo capolavoro, e vale ben più degli 8,80 € che costa.
Io che sono tutto tranne un collezionista, compro compulsivamente ogni nuova edizione di questo celeberrimo libello di Carlo M. Cipolla un po’ perché la regalo o la presto (che è lo stesso), un po’ perchè lo nascondo e non lo ritrovo, un po’ perché mi hanno dato da bere che la prossima edizione sarà illustrata da Tullio Pericoli… e naturalmente non è vero; ma io sono contento lo stesso. Il suo titolo è intrigante: Allegro ma non troppo; è famoso soprattutto per il saggio su Le leggi fondamentali della stupidità umana, ma il testo dedicato a Il ruolo del pepe nello sviluppo economico del Medio Evo è un capolavoro di ferocia nei confronti di storici e sociologi (a dispetto della pretesa del suo autore di aver scritto semplicemente un’operetta comica). Dovrebbero insegnarlo a scuola fin dal primo biennio, come pre-testo scolastico per vaccinare professori e allievi dal virus di stupidità trasmesso da gran parte dei testi di storia e geografia.
Una domanda comunque mi urge e vorrei che gli amici del Mulino mi aiutassero a scioglierla: ma perché proprio otto euro e ottanta?
Capisco che il pricing sia una delle cose più sofisticate e complesse della moderna economia aziendale, ma benché io insegni Editoria al corso omonimo presso l’Ateneo di Urbino, e benché abbia indagato la cosa presso i miei illustri colleghi di marketing, calcolando e ricalcolando tutte le voci del processo di produzione industriale del libro, confesso di non esserne ancora venuto a capo.
Dicevo che il 1988 – cioè ben 21 anni fa – è la data della prima edizione “ufficiale”. Cosa voglia dire ce lo spiega lo stesso Prof. Cipolla, state bene a sentire.

“(I due testi che compongono l’operetta) furono originariamente pubblicati anni addietro – rispettivamente nel 1973 e nel 1976 – in lingua inglese e in edizione riservata per soli amici. I due saggi ebbero però un insperato successo e mentre talune persone cercarono di procurarsene copia tramite amici e conoscenti, altri più intraprendenti ne fecero copie xero-grafiche o addirittura manoscritte che circolarono più o meno clandestinamente. Il fenomeno assunse proporzioni tali che l’editrice il Mulino ed il sottoscritto finalmente decisero di procedere ad una edizione ufficiale e pubblica che qui si presenta…”.

Mi colpisce quel “più intraprendenti” riferito al fenomeno della circolazione clandestina! Cosa direbbe, oggi, il Prof. Cipolla, se scoprisse che il suo testo è scaricabile da qualsiasi torrent, chiudendo il cerchio del suo esordio clandestino “in rete”? Ne sarebbe dispiaciuto?
Di certo lo sarebbe il suo editore, che dedica ben 6 righe del colophon a scandire:
“Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere fotocopiata, riprodotta, archiviata,memorizzata o trasmessa in qualsiasi forma o mezzo – elettronico, meccanico, reprografico, digitale – se non nei termini previsti dalla legge che tutela il
Diritto d’Autore ( le maiuscole sono originali, ndr). Per altre informazioni si veda il sito www.mulino.it/edizioni/fotocopie“.

Francamente, sembra più Diritto d’Editore (con le maiuscole) che non Diritto d’Autore, che ve ne pare?
Possibile che non sia passato per la testa all’editore bolognese che, forse, avrebbe potuto far circolare il capolavoro di Cipolla in PDF – beninteso protetto ! – o farlo scaricare in streaming dalla sua piattaforma, facendolo pagare solo 2,64 € (diconsi due euro e 64 centesimi) invece dei misteriosi 8,80 € ?
Come vengono fuori i 2,64 €? Semplice: togliete dal prezzo di copertina il 50% di costi distributivi e il 20% di costi industriali, et voila! il miracolo della riduzione del prezzo di copertina è compiuto. Quanto guadagna il Prof. Cipolla sul suo delizioso libricino cartaceo? Diciamo il 10%? Dunque 0,88 centesimi a copia. Bene, lasciamogleli pure. Il Mulino guadagnerebbe la stessa identica cifra per le due versioni, ma i lettori avrebbero risparmiato il 70% …!

  mario guaraldi

Mario Guaraldi è il fondatore dell'omonima casa editrice. Dal 1998 inizia a trasferire tutta l'attività editoriale in rete e dal 2004 è docente presso la Facoltà di Sociologia dell'Università di Urbino per il corso di laurea in Editoria, Media e Giornalismo.
Per saperne di più puoi leggere una sua breve biografia QUI