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Conferenza alla Gambalunga di Rimini / RADICI DI CARTA, FOGLIE DIGITALI, FRUTTI DI CULTURA
postato da mario guaraldi in Biblioteche, Cronache dal Far Web, ebook, Editoria digitale, Profezie, Rimini
A Rimini, come in tutta la Romagna e a San Marino, la Biblioteca diventa digitale e mette a disposizione degli utenti un vero “tesoro” di parole, musica e immagini, scaricabili gratuitamente. Dal 14 gennaio la Gambalunghiana permetterà ai suoi iscritti di accedere alla piattaforma MediaLibraryOnLine, usando lo stesso account adoprato per entrare nel front office di Sebina e Scoprirete. Dalla fine di gennaio saranno scaricabili gli e-book gratuiti in MLOL, mentre bisognerà aspettare febbraio per il prestito di quelli acquistati dalla Biblioteca.
Info: tel. 0541 704486 | www.bibliotecagambalunga.it.
Sabato 21 gennaio nuovi servizi offerti dalla “rivoluzione digitale” sono stati introdotti dall’editore Mario Guaraldi.

1. Tecniche di trasmissione del sapere
Sono profondamente convinto che noi abbiamo avuto il privilegio di vivere in un’epoca di grandi trasformazioni: non a caso parliamo di “mutazioni epocali”, di mutazioni che determinano un cambio d’epoca.
Questo privilegio è paradossalmente il contrario del privilegio, perché è di tutti, non solo di alcuni: dei “vecchi” sopravvissuti come me – che già quasi adolescente ho visto brillare per la prima volta gli schermi azzurognoli delle prime televisioni – come dei nostri nipoti, i cosiddetti “nativi digitali”, che prima ancora di imparare a parlare sanno accendere e giocare alla Playstation e insegnano ai nonni a usare gli Smartphone.
Nel mezzo c’è la generazione dei nostri figli, quelli che oggi fanno i sindaci o i manager delle grandi società o i burocrati dei Ministeri, o i giovani colonnelli delle Forze armate, o gli insegnanti, o i web designer, o gli aspiranti candidati al Grande fratello. Drogati di calcio, nuova ideologia di massa planetaria post-marxista e post-capitalista, tutti, padri e figli, portiamo o rigettiamo il peso e la responsabilità di questo tempestoso e critico traghettamento da un’era all’altra, con forti problemi di identità: una generazione a cavalluccio del digitale – verrebbe da dire – con i più giovani che spesso cerca in rete le proprie radici, pescando sovente nel dejà-web come hanno ben dimostrato i miei studenti di Urbino parlando di nostalgie, vintage e retròmanie in rete (v. http://www.guaraldi.it/scheda.php?fflang=it&id=705&type=tit).
Ma la palla, ora, è al piede della generazione dei nostri figli. Speriamo che sappiano governare la crisi con doppio sguardo, un occhio al passato delle forti identità dei loro padri (e madri) e uno al futuro che dipenderà dalla lungimiranza o dalla egoistica miopia delle loro scelte.
Speriamo che si preoccupino meno del presente imperfetto (questo era il bel sottotitolo della mia collana d’esordio, Ipotesi), cioè del loro imperfetto quotidiano, come invece sono costretti a fare i nuovi schiavi del consenso spacciato per democrazia, i politicanti, artefici e vittime della più terribile fra le dittature, quella dell’approvazione omologante del branco che si osserva e si contagia.
A occhio e croce solo un’altra epoca ha avuto caratteristiche così gravide di cambiamenti come quella attuale: è l’era di Gutenberg, a cavallo fra Quattro e Cinquecento, l’era del Rinascimento (cioè della rinascita). A rassomigliare le due ere, guarda caso, sono proprio la mutazione delle tecniche di trasmissione del sapere e la mutazione delle tecniche belliche.
La nascita della stampa e della tipografia che sostituisce la calligrafia e il codice miniato coincide con il passaggio dalla guerra combattuta con le spade a quella combattuta con le armi da fuoco: il De Re Militari del riminese Roberto Valturio è la prova provata di questo passaggio epocale dal codice all’incunabolo, dall’alabarda all’archibugio.
Esattamente cinquecento anni più tardi, cioè oggi, la tipografia cede le armi al digitale e al web: libro o giornale non sono più “necessariamente” la loro forma, ma il loro contenuto immateriale che galleggia in forma di bit nella grande rete mondiale, il world wide web, quello che ormai chiamiamo confidenzialmente: www!
E parallelamente, vediamo quanto siano inadeguati alle nuove guerre i vecchi carri armati: la polvere da sparo serve ormai solo per i fuochi d’artificio che sollazzano le notti delle riviere simulando scenari bellici ridotti a pura forma, come nelle riprese televisive degli attacchi a Baghdad… La vera guerra del futuro si combatte ormai nel web, nei micro circuiti di silicio, nei cloud, minacciose nuvole virtuali di software delocalizzato, in forme del tutto inusitate che cambieranno oggi giorno di più.
Per il comunismo capitalista cinese, Twitter e Facebook sono ben più pericolosi della vecchia bomba atomica; e il satana americano ha già sperimentato il potere devastante di due normalissimi aerei di linea, guidati al bersaglio da pochi santi Kamikaze.
A dispetto di questo quadro davvero inquietante, non è affatto azzardato affermare che ci siamo appena incamminati verso un nuovo Rinascimento… E non mi sembra neppure casuale che queste straordinarie mutazioni epocali si incentrino sui cambiamenti “tecnologici” del modo di trasmettere i saperi “di generazione in generazione”. I caratteri mobili inventati da Gutenberg non erano meno tecnologicamente rivoluzionari dell’iPad progettato da Steve Jobs.
Così come non mi sembra un caso che questa discussione si svolga nella storica sala di una Biblioteca, luogo deputato a conservare i saperi e a garantirne l’accesso alle nuove generazioni: cosa per nulla “scontata”, come per nulla scontato è il suo possibile “destino” nell’era dei contenuti immateriali. Anche il mondo delle Biblioteche ha vissuto e vive questo difficile travaglio fra miopia, interessi corporativi, conservatorismo omologante, a cavallo fra una tradizione gloriosa inesorabilmente a fine corsa e un complesso ma affascinante futuro di digital lending che sarà l’oggetto di questa giornata di studi dedicata al futuro digitale della biblioteca (e di cui mi sono lungamente occupato anche su “Biblioteche Oggi”).
Avendo avuto l’onore di essere invitato ad aprire questa giornata di studi – e di questo sono grato a Oriana Maroni e ai responsabili del Sistema Bibliotecario Romagnolo – forse a causa della mia parziale paternità del progetto MLOL (sono stato il primo editore a offrire ai sistemi bibliotecari della Lombardia tutto il mio catalogo a 1 euro a titolo!), proverò ora a calare la mia personale esperienza di editore in questa prospettiva iper-generazionale, a partire dalla formula liturgica che più mi intriga proprio in quanto editore: “nei secoli dei secoli”.
Noi siamo cresciuti infatti nella cultura opposta dell’ “hic et nunc”, del “dopo di me il diluvio”, del “vogliamo tutto”. Che mi importa se distruggo il pianeta? Tanto, io non ci sarò più!… Se non cambio il mondo in tempo per vedere il cambiamento, che mi interessa? Cosa pianto a fare un albero se la suo ombra ristorerà i miei pronipoti, non me?
L’idea di essere solo un anello della catena generazionale ci turba perché impone di accettare l’idea della nostra morte non come “fine della storia e del cosmo”, ma più banalmente come “fine del nostro ruolo nella storia e nel cosmo”. Meglio che crepi l’intera creazione piuttosto che vederci sottratta la pretesa di goderne il futuro. Un po’ quello che succede al Vescovo gnostico de L’avvocata delle Vertigini, se non ricordo male il finale di Piero Meldini.
Quando tornai a Rimini dopo la morte della prima Guaraldi fiorentina e dopo il lungo esilio nel mondo dello spettacolo, alla fine degli anni ‘80, Piero Meldini – con pochi altri eroi della nostra prima giovinezza (Beppe Bonura, Vittorio d’Augusta ecc.) che avevano condiviso con me le prime fantastiche avventure letterarie e persino politiche (Satori, il Gobetti, ecc.) – già padroneggiava la videoscrittura e navigava con perizia nel gran mare del web. Il computer di Piero letteralmente “troneggiava” nel suo studio. Io invece ero ancora un analfabeta informatico (lo sono ancora, purtroppo!) e non sapevo remare.
Costringendomi a lasciare precipitosamente il campo (editoriale) alla fine degli anni ‘70, gli amici fiorentini di Licio Gelli che mi avevano simbolicamente rubato il piombo della vecchia Guaraldi – sapete, vero, che i libri si componevano in piombo, con le sferraglianti Linotype? – senza saperlo mi avevano fatto un doppio regalo: quello di vaccinarmi dal rischio di diventare massone e quello di farmi assistere con cuore vergine alla nascita della rivoluzione digitale. Non avendo più nulla da difendere sul fronte della vecchia economia cartacea, la potenziale nuova economia digitale del libro divenne subito per me un miraggio, una visione, una profezia cui potevo abbandonarmi come a una promessa di salvezza…
2. Salvare, convertire, giustificare
Come avrebbe genialmente dimostrato molti anni più tardi Mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, i linguaggi del computer e della rete si sommavano e si amalgamavano con la mia nostalgia di trascendenza: to save, to convert, to justify erano le parole della mia prima alfabetizzazione informatica, ma erano anche parole di fascinazione teologica. Nell’uso del computer l’ignoranza di questi significati ne compromette radicalmente la praticabilità, nel mondo della Fede può impedire l’approccio alla Rivelazione.
Battuto sulla tastiera di un computer, un testo, cioè un “contenuto”, deve essere costantemente “salvato” per poter essere successivamente fruito. Chi non ha provato la disperazione di aver perduto il frutto di giornate intere di lavoro per non averlo “salvato” non può capire! E ancora: quel contenuto deve essere costantemente “convertito” nei nuovi formati che la tecnologia continuamente crea, abbandonando i vecchi. Ma convertire, per me significava anche rivisitare uno ad uno gli errori compiuti ai tempi del pensiero onnipotente di chi pretendeva di cambiare il mondo e scopriva di aver fatto soprattutto danni. E questa conversione di pensiero e di condotta doveva essere “giustificata”, resa giusta nello spazio creativo della pagina, del piano editoriale, del sito web; doveva essere inserito in un contesto esteticamente apprezzabile che ne facilitasse l’approccio e la fruizione… Ecco uno dei grandi fascini del mestiere dell’editore!
Oppure, e siamo ai giorni nostri, quel contenuto poteva diventare, per così dire, “liquido”, adattandosi a qualunque tipo di pagina e di device di lettura, come avviene col formato ePub su qualunque tipo di eReader.
Il rapporto fra i linguaggi della rete e l’esperienza della Trascendenza, così come la riscoperta della Sacra Scrittura in parallelo all’esperienza entusiasmante delle potenzialità del web, mi fece letteralmente gridare al Convegno di Berlino del 1998 (vedi p. 30) che l’apparente ubriacatura di Internet poteva essere paragonata alla Pentecoste degli Apostoli, in cui tutti sentivano proclamare nella loro lingua le meravigliose opere di Dio! Paolo Fabbri era presente e può testimoniarlo!
La scrittura, lo sappiamo bene, nasce per fermare il pensiero, per renderlo pronto a nuovi accessi, a nuove comunicazioni. Ma la scrittura è di per sé muta: il solo vero mezzo di comunicazione è l’insegnamento, prerogativa dell’oralità… La piccola salvezza offerta dalla scrittura, ricorda Mons. Forte, quella stessa piccola salvezza che è detta nel verbo dell’uso informatico, fa appello ad un Altro che salvi il salvato richiamandolo, servendosene, dandogli nuova vita. E l’Altro in questione, nella storia della Salvezza, non è soltanto l’utente, lo scrittore o il lettore che passa, ma è il Creatore e Signore, l’Origine e il Fine, la Custodia e il Grembo.
E “Convertire” nel web è l’espressione della continua lotta contro il tempo che passa, lotta titanica se si pensa alla celerità dell’evoluzione dei mezzi e dei codici impiegati. Ma “Teshuvà”, in ebraico, indica soprattutto l’atto del ritorno, una relazione ritrovata, un legame nuovamente possibile, come dimostra la parabola del Figliol prodigo o del Padre misericordioso (cf. Luca 15).
In fondo, il linguaggio del web recupera questo stesso senso: ritornare a una relazione perduta, ristabilire un contatto significativo; “convertire” è il processo che testimonia l’importanza vitale della relazione e della comunicazione fra diversi.
Ancora una volta, un’espressione del linguaggio informatico si rivela cifra di una nostalgia che la supera.
Il contesto bibliotecario in cui ci troviamo mi offre la chiave ottimale per chiudere questo tema affascinante con un esempio che riassume in maniera perfetta il senso del salvare, del convertire e del giustificare; e anche tutto il mio personale percorso di editore.
Citavo all’inizio l’opera di quel Roberto Valturio intellettuale al servizio di Sigismondo Pandolfo Malatesta che si è trovato ad operare a cavallo fra il Quattrocento e il Cinquecento, autore del primo best-seller della nuova era gutenberghiana. Come ben sa la curatrice dell’opera, Paola Del Bianco, fra i molti primati di quel testo straordinario – dapprima codice miniato realizzato in ben 22 copie, poi incunabolo stampato a Verona – va annoverata anche la prima traduzione in lingua volgare dall’originario e ostico latino medioevale da parte di un altro geniale autore riminese, Paolo Ramusio, allora magistrato a Venezia e Padova. Sentite, con quale acume e ironia il geniale magistrato giustificava il suo lavoro di “traduttore” in lingua volgare “ di quella degnissima opera che avrebbe potuto essere utile agli inesperti di latino che tutto il giorno sudavano nell’esercizio delle armi e che invece giaceva polverosa e negletta, alla faccia degli oziosi intellettuali dell’epoca, peraltro rari e poco propensi a farsi distrarre dai propri studi, che erano in grado di leggersela, beninteso comodamente sdraiati all’ombra!:
Considerando il mio conteraneo Roberto Valturio haver in lingua Romana a pieno descripto li modi di batagliare et essendo raro oniuno che in alta fama faglie et pochi siano i quali de la Tulliana eloquentia ornati ne l arte militare se exercitano quali quella dignissima opera giaceva pulverulenta et neglecta per non esser da quelli intesa i quali tuto il giorno insudano soto le faticose arme. Et solamente li otiosi litterati et anchor rari per esser da soi studii diversa a l ombra la legievano. Mi ha parso cosa non indigna: acio ciascuno di essa ne possi prendere il desiderato fructo nel idioma vulgare ridurla…
Per secoli questi testi sono rimasti pure “icone” di un periodo di passaggio: sconosciutiai più e poco studiati persino dagli specialisti. Oggi, le nuove tecnologie rendono possibili questi “miracoli” di salvezza e di conversione.
3. Una conclusione difficile
Che questi miracoli competano agli editori non è così evidente: la straordinaria ricchezza dei tesori conservati in moltissime Biblioteche italiane, non necessariamente è capace di trasformarsi in “business”, cioè in attività economica capace di remunerare il lavoro spesso certosino di anni, se non è sorretto da una intelligente politica culturale che faccia rete nell’interesse della crescita culturale della collettività.
“Politica culturale” è un termine desueto e persino equivoco se non si spiega cosa vuol dire mettere in campo una adeguata “politica per la cultura”, non “della cultura”.
L’editoria gode, anzi soffre, incomprensibilmente di una pessima fama: come se la sua ragione d’essere fosse sempre il lucro, e ogni rapporto stabilito da un pubblico funzionario con un editore celasse sempre orrendi traffici monetari: equivoco davvero ridicolo data la evidente povertà del traffico culturale se non avesse conseguenze tragiche per la cultura di un territorio: avrei un repertorio di casistiche che preferisco tacere per amor patrio… Lungo è l’elenco dei politici che hanno procurato alla collettività riminese danni che si protrarranno ancora per molti decenni.
È evidente del resto che occorre saper distinguere editore da editore, libro da libro, contenuto da contenuto: ho già abbastanza ironizzato sulle bestialità new-age che si vedono in giro o sui manuali fai-da-te che si trovano in rete, per dover ulteriormente insistere su questo concetto.
Il lavoro dell’editore radicato nel proprio territorio – e Rimini ha un gruppo straordinario di editori di grande spessore culturale, da Panozzo a Raffaelli, da Ramberti/Fara a Luisé fino a Pietroneno Capitani per non citarne che alcuni, cui andrebbero sommati degli eccellenti Tipografi che fanno anche lavoro editoriale, da Pazzini a Garattoni, da La stamperia a La Pieve – non è mai stato considerato dalla Istituzioni per come dovrebbe essere: un bene prezioso da tutelare ben più delle Proloco e delle Associazioni più o meno onlus…
I libri da loro prodotti di interesse per la cultura locale non sono n considerati, né promossi e tanto meno acquistati per una diffusione capillare nei sistemi delle biblioteche scolastiche e di quartiere, come avviene in tutti i paesi civili. In diversi paesi nordici, il Sistema bibliotecario nazionale valuta i libri da immettere nella propria rete ancor prima che questi vengano pubblicati!
Al contrario, in Italia si pretende addirittura per legge che gli editori regalino i loro libri alle biblioteche. Ridotti come barboni a mendicare elemosine alle potenti fondazioni Bancarie, o agli amici degli Assessorati, gli editori detti “locali”, al dispregiativo, si combattono per l’osso di contributi che in contesti diversi le stesse Istituzioni spenderebbero per una cena fra amici. Persino le più raffazzonate Compagnie teatrali “locali” sono trattate meglio degli editori: sorrette da contributi di varia natura ed entità, comunali, regionali e nazionali, i Comuni affidano loro, persino giustamente, in gestione, spazi pubblici per un lavoro considerato utile per la collettività.
Avete mai visto un Comune offrire i propri spazi, un ufficio, uno straccio di magazzino, a un editore perche possa svolgere più adeguatamente il proprio lavoro?
Al contrario: abbiamo assistito a una sorta di sorda competizione da parte di funzionari pubblici e di consulenti frustrati con recondite vocazioni editoriali per realizzare pessimi libelli di divulgazione o inutili coffee-table books là dove i materiali avrebbero consentito splendide opere di alto spessore culturale e promozionale! Mi citate una Biblioteca della nostra Regione che abbia chiesto a un Editore di collaborare per il recupero digitale dei propri capolavori, come ha fatto invece a Lyon, in Francia, la Biblioteca Depardieu con “Librissimo” ben 20 anni fa?
Intendiamoci, le Istituzioni hanno fatto anche lavori egregi e molti funzionari sono stati redattori di gran vaglia: come non ricordare ad esempio lo straordinario e compianto Enzo Pruccoli? Ma è il clima malsano di sospetto e di competizione che va denunciato con forza.
Per lo stesso motivo trovo drammaticamente scandaloso, che il Polo riminese dell’Alma Mater, in tutti questi anni, non sia stato capace di generare alcuna sinergia con gli editori riminesi per sorreggere, potenziare e favorire la qualità della ricerca dei propri docenti con testi funzionali ai Corsi di Laurea radicati a livello locale, spesso con logiche non sempre trasparenti. E ugualmente trovo scandaloso, cari Presidi dei Licei riminesi, che nessuno di voi abbia mai proposto a un editore riminese un progetto di libro scolastico sperimentale realizzato in collaborazione con i migliori fra i vostri docenti e allievi, degno e delle sfide digitali che l’educazione dovrà sostenere nei prossimi anni! Che vergogna non essere stati capaci di far nascere, nella città di Fellini, un corso di Laurea di Storia del Cinema, in sinergia con la disgraziatissima pseudo-Fondazione Fellini! Quanti insulti mi sono preso per aver denunciato in tempi non sospetti quello che la recente cagnizza ha utilizzato per affossare quella che avrebbe potuto diventare la maggior risorsa culturale del riminese, nella speranza di una sua davvero auspicata “rinascita” trasfigurata in “vera” Fondazione!
Dico queste verità elementari sapendo che personalmente, come editore, sono arrivato a fine corsa. Ho settant’anni e mi trovo, nella mia città, a operare solo, come un eremita nel deserto rosa delle sue Feste e dei suoi capodanni, corti o lunghi che siano, ma sempre costosi ben più dei bilanci annuali di tutti gli editori riminesi messi in fila, sia pure nel profumo inebriante della nostra piadina! Non ho aspettative. Ho fatto il mio lavoro quanto più degnamente possibile, fiero di essere stato sempre bocciato dalla dirigenza politica riminese degli ultimi decenni come potenziale candidato al Sigismondo d’oro. Non ho eredi cui lasciare questo mio lavoro, non devo nulla a nessuno. Il mio tempo è finito. O forse, come leggo, il tempo non esiste, e io ho semplicemente concluso il mio “ruolo”. Tutto il nostro catalogo – sottolineo “nostro”, caro Piero – è in rete, 700 titoli convertiti, per il futuro, in ogni formato disponibile, perché il contributo dei nostri autori sia fruibile a Seattle come nel più sperduto villaggio albanese.
Sarebbe bello poter avviare ora, finalmente, la fase due di questa nuova era digitale che ha reso possibile incrociare e internazionalizzare i contenuti digitali: la traduzione multilingua dei migliori fra i nostri autori. Rimini potrebbe, dovrebbe parlare le mille lingue che fanno la meravigliosa babele delle culture e il miracolo della Pentecoste dove tutti sentono parlare la propria lingua. Per lo stesso motivc sarebbe bello che le nuove biblioteche digitali potessero dedicare agli stranieri ospiti del nostro territorio quanti più ebook possibili nelle rispettive lingue. Alla mia, alla nostra città, auguro tutta la cultura possibile, unica vera garanzia del suo futuro.
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Content is king.
postato da mario guaraldi in Biblioteche, Editoria digitale, Eventi

Come ci piace questa frase !
È un po’ come dire che il nome più bello di Patria è Biblioteca. Già, perche biblioteca vuole dire “contenuti”, e noi subito aggiungiamo “culturali”: le radici della Patria stanno nella sua cultura e la sua cultura sta in Biblioteca. Dunque, Google è la nostra vera Patria !
Già. Ma è vero anche che di notte tutti gatti sono neri e solo il fatto che i libri fossero di carta li rendeva merceologicamente “simili”.
Ma oggi, con l’e-book ?
Non c’è più nulla che garantisca che una cazzata new-age sugli angeli, un saggio di “autoaiuto” su come aumentare la propria “autostima” erotica facendo ciuf-ciuf a tutto spiano, un libro di filosofia teoretica, un trattato di troduttologia e uno di storia dell’arte di un pittore minore del settecento, siano la stessa cosa.
Anzi, sono “generi” radicalmente diversi, spesso e volentieri opposti. Contenuti diversi, prodotti diversi.
E allora? Iva a parte, cosa succederà sulle nuove piattaforme distributive, dato che, appunto, “content is king”? Cosa caratterizzerà il futuro dell’e-book, di questo contenuto “immateriale”, nel nuovo mercato planetario dei contenuti ?
Questo “re” agognato è il vero discrimine del futuro digitale: “a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”.
Tradotto: al Mercato quello che è Merce (magari deteriorata, o “scaduta”, o transgenica, insomma i “libracci”, e alla Cultura ciò che le compete: la ricerca, la qualità, soprattutto la formazione. Che qui chiamiamo, con orgoglio ed enfasi, “la nicchia”.
Linea di confine, come sempre ambigua, l’informazione e la narrativa: che possono scegliere (e scelgono) di stare al di qua o al di là della frontiera….
Su questi argomenti il seminario all’eBookFest, 10/11/12 settembre 2010 a Fosdinovo
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Eruzioni di idee all’alba del secolo digitale
postato da mario guaraldi in Biblioteche, Cronache dal Far Web, Editoria digitale, Eventi
Abbiamo del Far West la visione romantica (e magari anche drammatica) dei primi coloni che arrivavano e si insediavano in quei territori incontaminati e smisurati. Poi dev’essere velocemente subentrato l’inferno: la ferrovia, i villaggi che diventavano città, la speculazione, la corruzione, gli avventurieri, il malaffare…
Così nel Far Web.
Prima, pochi coloni romantici, qualche povero editorello scampato ai Cheyenne della PDE, qualche abile gestore di casinò on demand, insomma un paradiso da Tom Dooly. Poi di colpo tutti scoprono che anche nel Far Web si possono fare buoni affari e arriva la fiumana: produttori di hardware, venditori ambulanti di devices, distributori di manuali smaterializzati su come si guadagna con la compravendita di immobili, postini in veste di distributori digitali… I finanzieditori di città mandano in avanscoperta faccendieri e avvocati per tastare il terreno e metter pegno sulle situazioni più appetitose.
Tutto cambia nel web perché tutto possa rimanere immutato come nell’analogico: distribuire costerà sempre il 50% e il pricing del digitale imiterà quello cartaceo benchè non ci sia più da pagare carta stampa legatura libraio e via cantando la vecchia canzone dell’IVS, l’Imposta sul Valore Sottratto. Non una proposta, non uno straccio di Associazione confindustriale che si premuri di predisporre una Costituente della filiera editoriale, non un Osservatorio della Galassia libro digitale…
* E allora: ecco un gruppettino di amici che si ritrovano domani lunedì 26 aprile al Vega di Venezia – sotto l’ala protettrice di Monica Centanni (IUAV) e di Valerio Eletti (La Sapienza) – per tentare di mettere in piedi un “e-Book Consortium”. Per far che? Quello che altri non fanno. L’approccio alla lettura sta cambiando molto rapidamente come l’accesso alle informazioni; sta cambiando il concetto stesso di libro, di copyright e di editoria. Alcuni nuovi concetti si sono affacciati come la ‘coda lunga’, la ‘freenomics’, l’’open access’ (dichiarazione di Berlino) e lo straordinario fenomeno dei social network hanno ancora una volta messo in crisi e diviso i punti di vista degli editori, degli investitori, degli stessi lettori.
* Ecco l’ipotesi di dar vita a un polo di ricerca e sviluppo intorno alle questioni della lettura e della trasformazione digitale del libro e della conoscenza e dell’accessibilità massima garantita.
* Ecco l’idea di monitorare tutte le iniziative emergenti in ordine alle piattaforme distribuitive di contenuti digitali e in ordine ai nuovi devices prodotti e commercializzati.
* Ecco il progetto di un Osservatorio Permanente, che collabori attivamente con le eventuali fiere o Book Camp che si organizzano sul territorio.
* Ecco l’intenzione di favorire lo studio di nuove forme di tutela del diritto d’autore, chiamando a raccolta gli esperti e i giuristi specializzati (avvocati e docenti di diritto privato e internazionale) non escludendo l’ipotesi di giungere a formulare concrete proposte legislative da sottoporre ai vari Governi europei.
* E ancora, ecco la coscienza della necessità di tenere stretti contatti con il mondo Bibliotecario come canale fisiologicamente privilegiato di diffusione dei contenuti culturalmente rilevanti e spingerlo nella direzione sia del Prestito che della Vendita dei contenuti digitali (vedi MediaLibrary Online) e soprattutto verso la digitalizzazione e la diffusione su scala mondiale dei capolavori librari (Codici, incunaboli, libri rari e preziosi) conservati nelle nostre Biblioteche.
E a proposito di mondo Bibliotecario, a Milano la Regione Lombardia convoca per martedì 27, nell’ambito della Settimana della Cultura, alla Braidense, un piccolo Gotha di studiosi per dibattere su come si conserva il digitale; e la Sovrintendente Ornella Foglieni “apre” al mondo editoriale chiedendo al sottoscritto la relazione allegata che i più volonterosi potranno scaricare e i più temerari addirittura leggere.
Insomma, sommovimenti, bradisismi, piccole eruzioni di idee per contrastare la colonizzazione selvaggia di questo splendido e affascinante Far Web, all’alba del Secolo digitale.
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I Bibliotecari non amano gli Editori
postato da mario guaraldi in Biblioteche, Profezie
Vi siete mai domandati perché mai i bibliotecari non comprino i libri direttamente dagli editori con lo sconto riservato ai distributori (50% e oltre) e preferiscano invece comprare dal libraio sotto casa col 20% di sconto? C’è una legge che lo impone? Non credo. E allora, come si spiega? Non vi sembra che così facendo i Bibliotecari arrechino un danno alla collettività oltre che alla cultura? Non vi sembra uno spreco pazzesco di risorse soprattutto in tempi di crisi come quelli attuali?
Non sarà magari per pigrizia, (per fanullaggine, direbbe il Ministro Brunetta), perché è troppo gravoso e complicato vagliare le decine di migliaia di novità che escono annualmente, ed è più facile basarsi sui “consigli” del libraio? Ma se anche così fosse stato un tempo, oggi basterebbe un click al sito dell’Istituto Centrale per il Catalogo Unico per essere informati sulle novità e valutare la politica di acquisti più coerente con la mission della propria Biblioteca…
O non sarà piuttosto per sottrarsi alle presunte potenziali “pressioni” degli editori? Ma se così fosse, basterebbe un decreto ministeriale che regolamenti le modalità con cui gli editori debbono sottoporre le loro novità al sistema bibliotecario, come in Danimarca e in Svezia, se ricordo bene, qualche mese prima dell’uscita nei circuiti commerciali, per consentirne la valutazione e la prenotazione. In tal modo si prenderebbero molti piccioni con un’unica fava: si sottoporrebbe la produzione editoriale al vaglio competente dei bibliotecari, abbandonando i titoli più commerciali al loro destino di mercato, e tutelando invece le opere culturalmente più meritevoli di conservazione e di prestito. Gli editori saprebbero fra l’altro in anticipo che una parte della propria tiratura è assorbita dal sistema bibliotecario e ciò rappresenterebbe una vera boccata d’ossigeno per gli editori di cultura! Ma soprattutto si favorirebbe la collocazione potenzialmente totale di tutti i libri in formato e-book favorendo finalmente la creazione di quei benedetti scaffali digitali che oggi faticosamente vengono promossi solo da qualche privato (www.medialibrary.it) e sperimentati solo da alcuni sistemi bibliotecari del Nord.
Perché queste domande e queste considerazioni apparentemente bizantine, da parte di un editore, sul mondo delle Biblioteche? Ma perché i sistemi bibliotecari rappresentano la più formidabile ed estesa rete di presidio culturale sul territorio che si possa immaginare: un vero sistema venoso attraverso cui i contenuti cartacei corrono lungo tutto il corpo del paese Italia, dell’Europa, del mondo intero, fino alle regioni più lontane. Un sistema che oggi può diventare arterioso se collegato al cuore pulsante dell’editoria, intesa come il luogo in cui si progettano e si realizzano i contenuti culturali messi in circolo. Un sistema capace di trasmettere potenzialmente contenuti in forma digitale in oltre 1.000 lingue scritte, a costo zero, sulle autostrade del web 2.0, favorendo l’integrazione multietnica e la formazione delle nuove generazioni.
La rete commerciale delle librerie e persino delle cartolibrerie-bazar, così come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi, con le sue poche centinaia di “punti vendita”, appare ridicola, scompare letteralmente rispetto al radicamento capillare del sistema bibliotecario. Sbagliano i miei amici di Feltrinelli e Coop se pensano che basti aumentare gli spazi espositivi – creare delle grand-surfaces e controllare monopolisticamente quanti più possibili punti vendita di un prodotto cartaceo chiamato libro – per vincere la scommessa della sopravvivenza commerciale del libro e della filiera di “pizzi” percentuali sul suo prezzo di copertina che lo soffocano…Quando avremo il coraggio di ricominciare a ragionare su quanto appaia anacronistico il “prezzo imposto” del libro, con calcolo a ritroso delle percentuali di remunerazione di ogni passaggio commerciale, in contrasto evidente con la logica democratica di ogni imposta sul valore aggiunto? Andate in qualsiasi Coop o Conad o Discount e vedrete quanto è rispettato il prezzo imposto!
Non appena il Sistema bibliotecario avrà accantonato la propria arroganza di casta della conservazione e si sarà aperto alla logica del Consorzio acquisti fatti direttamente alla fonte (con sconti da Centri commerciali!), alla logica dello scaffale digitale e a quella degli “shop” interni alla Biblioteca dove si potranno comperare e-book Reader di ultima generazione e i contenuti per gli stessi a pochi centesimi, dove si potranno consultare migliaia di giornali online in tutte le lingue, stampare on demand, riprodurre in fac-simile i pezzi rari conservati fra i fondi antichi e fatti rivivere da moderni Bibliotecari-Editori; ecco, in quel momento, la cultura – verso sangue pulsante delle civiltà – potrà vantarsi di aver sconfitto la barbarie attuale. È fantascienza? No, lo sostengo dal lontano 1999 quando presentai prima a Ljubjana poi a Strasburgo, su invito del Consiglio d’Europa, una relazione intitolata appunto “Ma non è fantascienza” in cui immaginavo una nuova economia del libro vista dai vari angoli di visuale dell’editore, del distributore, del libraio e del bibliotecario. Rileggerla oggi fa in qualche modo tenerezza.
Scarica QUI l’invito del Consiglio d’Europa del 1999
Mario Guaraldi è il fondatore dell'omonima 



