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Festa del papà, SAN GIUSEPPE, AIUTO!
postato da mario guaraldi in Cronaca, Varie
Una volta si diceva “San Giuseppe” dalle mie parti, nelle campagne, si facevano le focheracce – dette anche con la g e tre c, le fogheraccce! – e voleva dire che l’inverno era finito, si poteva bruciare la legna che restava. Si accendevano appena faceva buio, sulle aie di ogni casolare. Fellini l’ha riproposta in versione urbana, gigantesca come nella sua fantasia, sulla piazza, con “Scurezza” che ci gira intorno con la moto.
Il Comune di sinistra di fine secolo scorso l’ha scippata sia alle aie contadine che alla fantasia felliniana; e ne ha fatto un focone sovietico in riva al mare, proprio là dove dovrebbe sorgere il bananone fantarchitettonico della nuova frontiera della cementificazione riminese. Persino il nome è triste e burocratico: FogherAmia , dove Amia sta per Azienda della Nettezza Urbana. L’ingorgo mostruoso che ha sempre promesso e mantenuto è solo la prova generale, in vitro, di quello che sarà domani. A pochi passi di distanza, in quello che si chiama pomposamente Teatro Novelli e che il bravissimo Toni Servillo ha ribattezzato “un cesso di teatro”, si celebra per ironia della sorte la feroce satira goldoniana della “Trilogia della villeggiatura”, il ritratto di una classe dirigente al tramonto. Toni urla, quasi, alla fine dello spettacolo il suo sdegno per la vergogna indecorosa di camerini-topaie indegni di una città civile; addita la sporcizia, i cessi da vomito, parla di mancanza del minimo senso di rispetto per il lavoro altrui, di professionisti che passano mesi fuori di casa per far divertire una platea di ottuagenari dove non trovavi un giovane neanche a pagarlo. “Cosa volete che vengano a fare in questo cesso di teatro, i giovani? Meglio le loro discoteche che questo lerciume indecoroso”. Chiedo scusa a nome della città, scusa Toni, mi vergogno a nome della mia città… Con lui c’è Paolo Graziosi, grande, grandissimo, straordinario attore anche lui, riminese che torna a casa sulla via della tournèe ma non ricorda neppure più dov’è la Piazza Ferrari, e dice “si, mi ricordo, lì c’è l’Ospedale”, dove adesso c’è il Museo della Città. A salutarlo, dopo lo spettacolo, non c’è uno straccio di assessore, non un funzionario, non uno che gli abbia mai mandato una mail per dirgli che nel mezzo della Piazza hanno fatto un gran buco e hanno trovato la Casa del Chirurgo. Chi va via perde il posto all’osteria. Glielo regalo io il libro sulla Domus.
Parliamo dei nostri rispettivi figli.
Domani è la Festa del papà, anzi no, è San Giuseppe, chissà se ci faranno gli auguri… Di’, ma a te non ti fa effetto pensare che hai settant’anni? No, a me no. Neanche a me. E Tonino che ne compie 90? beh, lui è sempre il solito patàca! Te sei nonno? Io ancora no, ma ormai, mia figlia ha quarant’anni!
Una vita… davvero.
Mi sono distratto un attimo e mi ritrovo settantenne. Ho in mente come fosse ieri quando ci stendevamo sulle rotaie a Milano per protestare contro l’uso della garrota in Spagna (c’era ancora Franco); mi sono distratto un attimo e mi ritrovo in questo Paese, il nostro, in piena guerra civile…
Già. Questa è la sensazione che provo a pelle: odore di guerra civile.
Certo, di nuovo tipo, ancora senza sangue e senza armi per le strade se non quelle delle bande malavitose; ma guerra civile. Con il timore che basti poco, una scintilla, qualcuno degli ultras – qualche figlio di buona famiglia, o al contrario qualche figlio di Gomorra – che per noia o per disperazione o per denaro, invece di tirare giù motorini dalle gradonate degli stadi, cominci a tirarli indifferentemente addosso a qualcuno delle due fazioni che si stanno combattendo, e il Paese sarebbe in fiamme. L’abbiamo visto pochi anni fa qualche chilometro in linea d’aria di là dal mare. È facile…. È terribilmente possibile.
E allora chiedo aiuto a San Giuseppe.
Chiedo aiuto e perdono per questa infelice eredità che lascio ai miei figli. Chiedo perdono per questo Paese che abbiamo lasciato imbarbarire, involgarire, inferocire fino a questo punto.
Chiedo perdono per il Grande fratello, per Amici, per le veline, per le escort, per i trans.
Imploro perdono, non pietà, per questa classe politica indecente, indipendentemente dal colore che indossa. Imploro viscere di misericordia per tutti quelli che in silenzio e nell’ombra hanno continuato a fare il loro dovere in tutti questi anni, ma non sono stati capaci di impedire lo scempio, il sacco d’Italia; e si sono addormentati davanti alla televisione sognando il “pacco” che si sono meritati. Per fortuna c’è il web. Per fortuna c’è questa nuova foresta di Sherwood, troppo grande per essere controllata dagli sceriffi del momento. Per fortuna c’è sempre un seme che germoglia da qualche parte nel cuore dei nostri figli, un piccolo resto…
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Rosarno e le disattenzioni del Ministro
postato da mario guaraldi in Cronaca
“L’immigrazione è diventata una realtà anche in Italia ma si è ancora lontani dal riconoscere tale fenomeno come una risorsa per il nostro paese, e molta strada si deve fare sulla via delle riforme necessarie per diffondere una matura cultura dell’integrazione”.
“Le città appaiono come spazi in cui si opera una continua negoziazione delle risorse e dei contrasti socioeconomici, abitate come sono da nuove forme di povertà e di esclusione sociale, dalle incertezze della partecipazione sociale e della riqualificazione urbana, dalla necessità di nuove politiche”.
“I tempi e le modalità con cui le donne immigrate svolgono le loro attività sono così frenetici ed assorbenti, le difficoltà economiche che incontrano, gli ostacoli che devono superare per reperire un alloggio sono così numerosi, da impedire alla maggioranza di loro di usufruire – a volte addirittura di conoscere – le politiche multiculturali progettate e attivate per loro dalle amministrazioni locali”.
No, non sono brani tratti dalla stampa relativa ai recenti drammatici fatti di Rosarno, ma “quarte di copertina” di alcuni titoli di una collana di studi di antropologia culturale (curata da Ivo G. Pazzagli per la mia casa editrice) usciti negli anni scorsi:
Matilde Callari Galli, Ivo Giuseppe Pazzagli, Bruno Riccio, Daniele Ventura – Adina Sgrignuoli
STEREOTIPI E RETI SOCIALI TRA LAVORO E VITA QUOTIDIANA, 2004
Matilde Callari Galli, Giovanna Guerzoni, Bruno Riccio
CULTURE E CONFLITTO, 2005
Ralph Grillo, Jeff Pratt – Bruno Riccio
LE POLITICHE DEL RICONOSCIMENTO DELLE DIFFERENZE, 2006
Matilde Callari Galli,
MAPPE URBANE – PER UN’ETNOGRAFIA DELLA CITTA’, 2007
Pochi giorni fa è uscita una trilogia sul tema “Contesti urbani, processi migratori e giovani migranti” che nel piano delle ricerche di rilevanza nazionale ha ricevuto un finanziamento biennale dal Ministero dell’Università e della Ricerca.
Lo studio, condotto dal solito gruppo di antropologi e ricercatori coordinati da Matilde Callari Galli, svoltosi fra il febbraio 2007 e il febbraio 2009, riguarda le modalità e gli stili di vita dei residenti e degli immigrati recenti nelle nostre città, nel tentativo di individuare gli andamenti e le dinamiche di queste interazioni attraverso gli strumenti propri delle scienze sociali.
Le drammatiche vicende di Rosarno, pur così specifiche e diverse – riguardando fenomeni gravi di xenofobia, di esclusione e di interferenze della malavita organizzata, piuttosto che le civilissime problematiche dell’inclusione - si dimostrano dunque non solo come un dramma annunciato (basta guardare i filmati di un anno fa su Youtube), ma un dramma che poteva essere “studiato” (politicamente) con quegli strumenti tecnologici arretrati e obsoleti che ci ostiniamo a chiamare libri ma che da tempo, almeno sul nostro catalogo, sono disponibili anche in versione e-book.
C’è solo da augurarsi che il Ministro Maroni e il suo staff prestino più attenzione, d’ora in avanti, a questo genere di studi, elaborati dall’Università e prodotti dall’editoria italiana, che certamente sono fin qui sfuggiti alla loro attenzione: da parte nostra saremo felici di fargliene avere una copia in omaggio.
Mario Guaraldi è il fondatore dell'omonima 



