25
Conferenza alla Gambalunga di Rimini / RADICI DI CARTA, FOGLIE DIGITALI, FRUTTI DI CULTURA
postato da mario guaraldi in Biblioteche, Cronache dal Far Web, ebook, Editoria digitale, Profezie, Rimini
A Rimini, come in tutta la Romagna e a San Marino, la Biblioteca diventa digitale e mette a disposizione degli utenti un vero “tesoro” di parole, musica e immagini, scaricabili gratuitamente. Dal 14 gennaio la Gambalunghiana permetterà ai suoi iscritti di accedere alla piattaforma MediaLibraryOnLine, usando lo stesso account adoprato per entrare nel front office di Sebina e Scoprirete. Dalla fine di gennaio saranno scaricabili gli e-book gratuiti in MLOL, mentre bisognerà aspettare febbraio per il prestito di quelli acquistati dalla Biblioteca.
Info: tel. 0541 704486 | www.bibliotecagambalunga.it.
Sabato 21 gennaio nuovi servizi offerti dalla “rivoluzione digitale” sono stati introdotti dall’editore Mario Guaraldi.

1. Tecniche di trasmissione del sapere
Sono profondamente convinto che noi abbiamo avuto il privilegio di vivere in un’epoca di grandi trasformazioni: non a caso parliamo di “mutazioni epocali”, di mutazioni che determinano un cambio d’epoca.
Questo privilegio è paradossalmente il contrario del privilegio, perché è di tutti, non solo di alcuni: dei “vecchi” sopravvissuti come me – che già quasi adolescente ho visto brillare per la prima volta gli schermi azzurognoli delle prime televisioni – come dei nostri nipoti, i cosiddetti “nativi digitali”, che prima ancora di imparare a parlare sanno accendere e giocare alla Playstation e insegnano ai nonni a usare gli Smartphone.
Nel mezzo c’è la generazione dei nostri figli, quelli che oggi fanno i sindaci o i manager delle grandi società o i burocrati dei Ministeri, o i giovani colonnelli delle Forze armate, o gli insegnanti, o i web designer, o gli aspiranti candidati al Grande fratello. Drogati di calcio, nuova ideologia di massa planetaria post-marxista e post-capitalista, tutti, padri e figli, portiamo o rigettiamo il peso e la responsabilità di questo tempestoso e critico traghettamento da un’era all’altra, con forti problemi di identità: una generazione a cavalluccio del digitale – verrebbe da dire – con i più giovani che spesso cerca in rete le proprie radici, pescando sovente nel dejà-web come hanno ben dimostrato i miei studenti di Urbino parlando di nostalgie, vintage e retròmanie in rete (v. http://www.guaraldi.it/scheda.php?fflang=it&id=705&type=tit).
Ma la palla, ora, è al piede della generazione dei nostri figli. Speriamo che sappiano governare la crisi con doppio sguardo, un occhio al passato delle forti identità dei loro padri (e madri) e uno al futuro che dipenderà dalla lungimiranza o dalla egoistica miopia delle loro scelte.
Speriamo che si preoccupino meno del presente imperfetto (questo era il bel sottotitolo della mia collana d’esordio, Ipotesi), cioè del loro imperfetto quotidiano, come invece sono costretti a fare i nuovi schiavi del consenso spacciato per democrazia, i politicanti, artefici e vittime della più terribile fra le dittature, quella dell’approvazione omologante del branco che si osserva e si contagia.
A occhio e croce solo un’altra epoca ha avuto caratteristiche così gravide di cambiamenti come quella attuale: è l’era di Gutenberg, a cavallo fra Quattro e Cinquecento, l’era del Rinascimento (cioè della rinascita). A rassomigliare le due ere, guarda caso, sono proprio la mutazione delle tecniche di trasmissione del sapere e la mutazione delle tecniche belliche.
La nascita della stampa e della tipografia che sostituisce la calligrafia e il codice miniato coincide con il passaggio dalla guerra combattuta con le spade a quella combattuta con le armi da fuoco: il De Re Militari del riminese Roberto Valturio è la prova provata di questo passaggio epocale dal codice all’incunabolo, dall’alabarda all’archibugio.
Esattamente cinquecento anni più tardi, cioè oggi, la tipografia cede le armi al digitale e al web: libro o giornale non sono più “necessariamente” la loro forma, ma il loro contenuto immateriale che galleggia in forma di bit nella grande rete mondiale, il world wide web, quello che ormai chiamiamo confidenzialmente: www!
E parallelamente, vediamo quanto siano inadeguati alle nuove guerre i vecchi carri armati: la polvere da sparo serve ormai solo per i fuochi d’artificio che sollazzano le notti delle riviere simulando scenari bellici ridotti a pura forma, come nelle riprese televisive degli attacchi a Baghdad… La vera guerra del futuro si combatte ormai nel web, nei micro circuiti di silicio, nei cloud, minacciose nuvole virtuali di software delocalizzato, in forme del tutto inusitate che cambieranno oggi giorno di più.
Per il comunismo capitalista cinese, Twitter e Facebook sono ben più pericolosi della vecchia bomba atomica; e il satana americano ha già sperimentato il potere devastante di due normalissimi aerei di linea, guidati al bersaglio da pochi santi Kamikaze.
A dispetto di questo quadro davvero inquietante, non è affatto azzardato affermare che ci siamo appena incamminati verso un nuovo Rinascimento… E non mi sembra neppure casuale che queste straordinarie mutazioni epocali si incentrino sui cambiamenti “tecnologici” del modo di trasmettere i saperi “di generazione in generazione”. I caratteri mobili inventati da Gutenberg non erano meno tecnologicamente rivoluzionari dell’iPad progettato da Steve Jobs.
Così come non mi sembra un caso che questa discussione si svolga nella storica sala di una Biblioteca, luogo deputato a conservare i saperi e a garantirne l’accesso alle nuove generazioni: cosa per nulla “scontata”, come per nulla scontato è il suo possibile “destino” nell’era dei contenuti immateriali. Anche il mondo delle Biblioteche ha vissuto e vive questo difficile travaglio fra miopia, interessi corporativi, conservatorismo omologante, a cavallo fra una tradizione gloriosa inesorabilmente a fine corsa e un complesso ma affascinante futuro di digital lending che sarà l’oggetto di questa giornata di studi dedicata al futuro digitale della biblioteca (e di cui mi sono lungamente occupato anche su “Biblioteche Oggi”).
Avendo avuto l’onore di essere invitato ad aprire questa giornata di studi – e di questo sono grato a Oriana Maroni e ai responsabili del Sistema Bibliotecario Romagnolo – forse a causa della mia parziale paternità del progetto MLOL (sono stato il primo editore a offrire ai sistemi bibliotecari della Lombardia tutto il mio catalogo a 1 euro a titolo!), proverò ora a calare la mia personale esperienza di editore in questa prospettiva iper-generazionale, a partire dalla formula liturgica che più mi intriga proprio in quanto editore: “nei secoli dei secoli”.
Noi siamo cresciuti infatti nella cultura opposta dell’ “hic et nunc”, del “dopo di me il diluvio”, del “vogliamo tutto”. Che mi importa se distruggo il pianeta? Tanto, io non ci sarò più!… Se non cambio il mondo in tempo per vedere il cambiamento, che mi interessa? Cosa pianto a fare un albero se la suo ombra ristorerà i miei pronipoti, non me?
L’idea di essere solo un anello della catena generazionale ci turba perché impone di accettare l’idea della nostra morte non come “fine della storia e del cosmo”, ma più banalmente come “fine del nostro ruolo nella storia e nel cosmo”. Meglio che crepi l’intera creazione piuttosto che vederci sottratta la pretesa di goderne il futuro. Un po’ quello che succede al Vescovo gnostico de L’avvocata delle Vertigini, se non ricordo male il finale di Piero Meldini.
Quando tornai a Rimini dopo la morte della prima Guaraldi fiorentina e dopo il lungo esilio nel mondo dello spettacolo, alla fine degli anni ‘80, Piero Meldini – con pochi altri eroi della nostra prima giovinezza (Beppe Bonura, Vittorio d’Augusta ecc.) che avevano condiviso con me le prime fantastiche avventure letterarie e persino politiche (Satori, il Gobetti, ecc.) – già padroneggiava la videoscrittura e navigava con perizia nel gran mare del web. Il computer di Piero letteralmente “troneggiava” nel suo studio. Io invece ero ancora un analfabeta informatico (lo sono ancora, purtroppo!) e non sapevo remare.
Costringendomi a lasciare precipitosamente il campo (editoriale) alla fine degli anni ‘70, gli amici fiorentini di Licio Gelli che mi avevano simbolicamente rubato il piombo della vecchia Guaraldi – sapete, vero, che i libri si componevano in piombo, con le sferraglianti Linotype? – senza saperlo mi avevano fatto un doppio regalo: quello di vaccinarmi dal rischio di diventare massone e quello di farmi assistere con cuore vergine alla nascita della rivoluzione digitale. Non avendo più nulla da difendere sul fronte della vecchia economia cartacea, la potenziale nuova economia digitale del libro divenne subito per me un miraggio, una visione, una profezia cui potevo abbandonarmi come a una promessa di salvezza…
2. Salvare, convertire, giustificare
Come avrebbe genialmente dimostrato molti anni più tardi Mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, i linguaggi del computer e della rete si sommavano e si amalgamavano con la mia nostalgia di trascendenza: to save, to convert, to justify erano le parole della mia prima alfabetizzazione informatica, ma erano anche parole di fascinazione teologica. Nell’uso del computer l’ignoranza di questi significati ne compromette radicalmente la praticabilità, nel mondo della Fede può impedire l’approccio alla Rivelazione.
Battuto sulla tastiera di un computer, un testo, cioè un “contenuto”, deve essere costantemente “salvato” per poter essere successivamente fruito. Chi non ha provato la disperazione di aver perduto il frutto di giornate intere di lavoro per non averlo “salvato” non può capire! E ancora: quel contenuto deve essere costantemente “convertito” nei nuovi formati che la tecnologia continuamente crea, abbandonando i vecchi. Ma convertire, per me significava anche rivisitare uno ad uno gli errori compiuti ai tempi del pensiero onnipotente di chi pretendeva di cambiare il mondo e scopriva di aver fatto soprattutto danni. E questa conversione di pensiero e di condotta doveva essere “giustificata”, resa giusta nello spazio creativo della pagina, del piano editoriale, del sito web; doveva essere inserito in un contesto esteticamente apprezzabile che ne facilitasse l’approccio e la fruizione… Ecco uno dei grandi fascini del mestiere dell’editore!
Oppure, e siamo ai giorni nostri, quel contenuto poteva diventare, per così dire, “liquido”, adattandosi a qualunque tipo di pagina e di device di lettura, come avviene col formato ePub su qualunque tipo di eReader.
Il rapporto fra i linguaggi della rete e l’esperienza della Trascendenza, così come la riscoperta della Sacra Scrittura in parallelo all’esperienza entusiasmante delle potenzialità del web, mi fece letteralmente gridare al Convegno di Berlino del 1998 (vedi p. 30) che l’apparente ubriacatura di Internet poteva essere paragonata alla Pentecoste degli Apostoli, in cui tutti sentivano proclamare nella loro lingua le meravigliose opere di Dio! Paolo Fabbri era presente e può testimoniarlo!
La scrittura, lo sappiamo bene, nasce per fermare il pensiero, per renderlo pronto a nuovi accessi, a nuove comunicazioni. Ma la scrittura è di per sé muta: il solo vero mezzo di comunicazione è l’insegnamento, prerogativa dell’oralità… La piccola salvezza offerta dalla scrittura, ricorda Mons. Forte, quella stessa piccola salvezza che è detta nel verbo dell’uso informatico, fa appello ad un Altro che salvi il salvato richiamandolo, servendosene, dandogli nuova vita. E l’Altro in questione, nella storia della Salvezza, non è soltanto l’utente, lo scrittore o il lettore che passa, ma è il Creatore e Signore, l’Origine e il Fine, la Custodia e il Grembo.
E “Convertire” nel web è l’espressione della continua lotta contro il tempo che passa, lotta titanica se si pensa alla celerità dell’evoluzione dei mezzi e dei codici impiegati. Ma “Teshuvà”, in ebraico, indica soprattutto l’atto del ritorno, una relazione ritrovata, un legame nuovamente possibile, come dimostra la parabola del Figliol prodigo o del Padre misericordioso (cf. Luca 15).
In fondo, il linguaggio del web recupera questo stesso senso: ritornare a una relazione perduta, ristabilire un contatto significativo; “convertire” è il processo che testimonia l’importanza vitale della relazione e della comunicazione fra diversi.
Ancora una volta, un’espressione del linguaggio informatico si rivela cifra di una nostalgia che la supera.
Il contesto bibliotecario in cui ci troviamo mi offre la chiave ottimale per chiudere questo tema affascinante con un esempio che riassume in maniera perfetta il senso del salvare, del convertire e del giustificare; e anche tutto il mio personale percorso di editore.
Citavo all’inizio l’opera di quel Roberto Valturio intellettuale al servizio di Sigismondo Pandolfo Malatesta che si è trovato ad operare a cavallo fra il Quattrocento e il Cinquecento, autore del primo best-seller della nuova era gutenberghiana. Come ben sa la curatrice dell’opera, Paola Del Bianco, fra i molti primati di quel testo straordinario – dapprima codice miniato realizzato in ben 22 copie, poi incunabolo stampato a Verona – va annoverata anche la prima traduzione in lingua volgare dall’originario e ostico latino medioevale da parte di un altro geniale autore riminese, Paolo Ramusio, allora magistrato a Venezia e Padova. Sentite, con quale acume e ironia il geniale magistrato giustificava il suo lavoro di “traduttore” in lingua volgare “ di quella degnissima opera che avrebbe potuto essere utile agli inesperti di latino che tutto il giorno sudavano nell’esercizio delle armi e che invece giaceva polverosa e negletta, alla faccia degli oziosi intellettuali dell’epoca, peraltro rari e poco propensi a farsi distrarre dai propri studi, che erano in grado di leggersela, beninteso comodamente sdraiati all’ombra!:
Considerando il mio conteraneo Roberto Valturio haver in lingua Romana a pieno descripto li modi di batagliare et essendo raro oniuno che in alta fama faglie et pochi siano i quali de la Tulliana eloquentia ornati ne l arte militare se exercitano quali quella dignissima opera giaceva pulverulenta et neglecta per non esser da quelli intesa i quali tuto il giorno insudano soto le faticose arme. Et solamente li otiosi litterati et anchor rari per esser da soi studii diversa a l ombra la legievano. Mi ha parso cosa non indigna: acio ciascuno di essa ne possi prendere il desiderato fructo nel idioma vulgare ridurla…
Per secoli questi testi sono rimasti pure “icone” di un periodo di passaggio: sconosciutiai più e poco studiati persino dagli specialisti. Oggi, le nuove tecnologie rendono possibili questi “miracoli” di salvezza e di conversione.
3. Una conclusione difficile
Che questi miracoli competano agli editori non è così evidente: la straordinaria ricchezza dei tesori conservati in moltissime Biblioteche italiane, non necessariamente è capace di trasformarsi in “business”, cioè in attività economica capace di remunerare il lavoro spesso certosino di anni, se non è sorretto da una intelligente politica culturale che faccia rete nell’interesse della crescita culturale della collettività.
“Politica culturale” è un termine desueto e persino equivoco se non si spiega cosa vuol dire mettere in campo una adeguata “politica per la cultura”, non “della cultura”.
L’editoria gode, anzi soffre, incomprensibilmente di una pessima fama: come se la sua ragione d’essere fosse sempre il lucro, e ogni rapporto stabilito da un pubblico funzionario con un editore celasse sempre orrendi traffici monetari: equivoco davvero ridicolo data la evidente povertà del traffico culturale se non avesse conseguenze tragiche per la cultura di un territorio: avrei un repertorio di casistiche che preferisco tacere per amor patrio… Lungo è l’elenco dei politici che hanno procurato alla collettività riminese danni che si protrarranno ancora per molti decenni.
È evidente del resto che occorre saper distinguere editore da editore, libro da libro, contenuto da contenuto: ho già abbastanza ironizzato sulle bestialità new-age che si vedono in giro o sui manuali fai-da-te che si trovano in rete, per dover ulteriormente insistere su questo concetto.
Il lavoro dell’editore radicato nel proprio territorio – e Rimini ha un gruppo straordinario di editori di grande spessore culturale, da Panozzo a Raffaelli, da Ramberti/Fara a Luisé fino a Pietroneno Capitani per non citarne che alcuni, cui andrebbero sommati degli eccellenti Tipografi che fanno anche lavoro editoriale, da Pazzini a Garattoni, da La stamperia a La Pieve – non è mai stato considerato dalla Istituzioni per come dovrebbe essere: un bene prezioso da tutelare ben più delle Proloco e delle Associazioni più o meno onlus…
I libri da loro prodotti di interesse per la cultura locale non sono n considerati, né promossi e tanto meno acquistati per una diffusione capillare nei sistemi delle biblioteche scolastiche e di quartiere, come avviene in tutti i paesi civili. In diversi paesi nordici, il Sistema bibliotecario nazionale valuta i libri da immettere nella propria rete ancor prima che questi vengano pubblicati!
Al contrario, in Italia si pretende addirittura per legge che gli editori regalino i loro libri alle biblioteche. Ridotti come barboni a mendicare elemosine alle potenti fondazioni Bancarie, o agli amici degli Assessorati, gli editori detti “locali”, al dispregiativo, si combattono per l’osso di contributi che in contesti diversi le stesse Istituzioni spenderebbero per una cena fra amici. Persino le più raffazzonate Compagnie teatrali “locali” sono trattate meglio degli editori: sorrette da contributi di varia natura ed entità, comunali, regionali e nazionali, i Comuni affidano loro, persino giustamente, in gestione, spazi pubblici per un lavoro considerato utile per la collettività.
Avete mai visto un Comune offrire i propri spazi, un ufficio, uno straccio di magazzino, a un editore perche possa svolgere più adeguatamente il proprio lavoro?
Al contrario: abbiamo assistito a una sorta di sorda competizione da parte di funzionari pubblici e di consulenti frustrati con recondite vocazioni editoriali per realizzare pessimi libelli di divulgazione o inutili coffee-table books là dove i materiali avrebbero consentito splendide opere di alto spessore culturale e promozionale! Mi citate una Biblioteca della nostra Regione che abbia chiesto a un Editore di collaborare per il recupero digitale dei propri capolavori, come ha fatto invece a Lyon, in Francia, la Biblioteca Depardieu con “Librissimo” ben 20 anni fa?
Intendiamoci, le Istituzioni hanno fatto anche lavori egregi e molti funzionari sono stati redattori di gran vaglia: come non ricordare ad esempio lo straordinario e compianto Enzo Pruccoli? Ma è il clima malsano di sospetto e di competizione che va denunciato con forza.
Per lo stesso motivo trovo drammaticamente scandaloso, che il Polo riminese dell’Alma Mater, in tutti questi anni, non sia stato capace di generare alcuna sinergia con gli editori riminesi per sorreggere, potenziare e favorire la qualità della ricerca dei propri docenti con testi funzionali ai Corsi di Laurea radicati a livello locale, spesso con logiche non sempre trasparenti. E ugualmente trovo scandaloso, cari Presidi dei Licei riminesi, che nessuno di voi abbia mai proposto a un editore riminese un progetto di libro scolastico sperimentale realizzato in collaborazione con i migliori fra i vostri docenti e allievi, degno e delle sfide digitali che l’educazione dovrà sostenere nei prossimi anni! Che vergogna non essere stati capaci di far nascere, nella città di Fellini, un corso di Laurea di Storia del Cinema, in sinergia con la disgraziatissima pseudo-Fondazione Fellini! Quanti insulti mi sono preso per aver denunciato in tempi non sospetti quello che la recente cagnizza ha utilizzato per affossare quella che avrebbe potuto diventare la maggior risorsa culturale del riminese, nella speranza di una sua davvero auspicata “rinascita” trasfigurata in “vera” Fondazione!
Dico queste verità elementari sapendo che personalmente, come editore, sono arrivato a fine corsa. Ho settant’anni e mi trovo, nella mia città, a operare solo, come un eremita nel deserto rosa delle sue Feste e dei suoi capodanni, corti o lunghi che siano, ma sempre costosi ben più dei bilanci annuali di tutti gli editori riminesi messi in fila, sia pure nel profumo inebriante della nostra piadina! Non ho aspettative. Ho fatto il mio lavoro quanto più degnamente possibile, fiero di essere stato sempre bocciato dalla dirigenza politica riminese degli ultimi decenni come potenziale candidato al Sigismondo d’oro. Non ho eredi cui lasciare questo mio lavoro, non devo nulla a nessuno. Il mio tempo è finito. O forse, come leggo, il tempo non esiste, e io ho semplicemente concluso il mio “ruolo”. Tutto il nostro catalogo – sottolineo “nostro”, caro Piero – è in rete, 700 titoli convertiti, per il futuro, in ogni formato disponibile, perché il contributo dei nostri autori sia fruibile a Seattle come nel più sperduto villaggio albanese.
Sarebbe bello poter avviare ora, finalmente, la fase due di questa nuova era digitale che ha reso possibile incrociare e internazionalizzare i contenuti digitali: la traduzione multilingua dei migliori fra i nostri autori. Rimini potrebbe, dovrebbe parlare le mille lingue che fanno la meravigliosa babele delle culture e il miracolo della Pentecoste dove tutti sentono parlare la propria lingua. Per lo stesso motivc sarebbe bello che le nuove biblioteche digitali potessero dedicare agli stranieri ospiti del nostro territorio quanti più ebook possibili nelle rispettive lingue. Alla mia, alla nostra città, auguro tutta la cultura possibile, unica vera garanzia del suo futuro.
29
Quell’orrendo regalo di Natale
postato da mario guaraldi in Eventi, Fellini, Rimini, Varie

Fra pochi giorni Rimini sarà protagonista della più banale notte televisiva dell’anno. Non è questo il “regalo” che la nostra città avrebbe meritato di trovare sotto l’albero; non è questo l’accoglimento di quello spirito di sobrietà che abbiamo sentito proclamare la notte di Natale. In tempi in cui tutto – inclusa la Festa riminese di Capodanno – sembra insegnare esattamente il contrario (il desiderio di apparire, lo sperpero, l’ingiustizia e l’egoismo), fa male al cuore pensare a tanto denaro pubblico letteralmente gettato in una notte.
La nostra città non merita di essere infangata da polemiche inutili: ma ciò che la infanga realmente è la rabbrividente (è proprio il caso di dirlo!) apologia dei più logori luoghi comuni del divertimentificio balneare affidata a naufraghi dell’intrattenimento televisivo e a qualche cantante o ballerina con la pelle d’oca, cui bisognava pur garantire una minestra calda.
Indipendentemente dall’effimero “successo di pubblico” che la Festa potrà vantare il primo gennaio, quando il suo baraccone da circo in Piazzale Fellini verrà smontato, non potremo non pensare alla differenza con il Concerto di Natale ad Assisi. Il Tempio Malatestiano non è certamente da meno della Basilica di San Francesco! Ma il confronto fra Pino Insegno e Leon Battista Alberti , Roberto Valturio e i Malatesti, o fra Mara Venier e la Beata Chiara (sic) è ovviamente impari: chi diavolo sono costoro? Nomi sconosciuti alla maggior parte dei nostri ragazzi proprio per l’asfissia di quell’“incultura” televisiva che abbiamo regalato loro e di cui siamo totalmente responsabili. Rimini ha un disperato bisogno di cultura, sta soffocando per mancanza di ossigeno culturale!
Ma quello che fa più male è pensare che la Festa avrebbe potuto essere giocata all’insegna di Federico Fellini, il cui nome è stato – quello sì – davvero infangato dalle miserrime vicende che fino a ieri hanno accompagnato la Fondazione a lui intestata. Evidentemente, la dirigenza politica riminese non è stata capace di pensare che una Festa di Capodanno dedicata al grande regista riminese potesse contemporaneamente ripianare il “buco” finanziario della Fondazione (su cui tutti si sono farisaicamente stracciate le vesti, senza vedere il confronto con i costi della Festa…); rilanciarla a livello nazionale (anche economicamente, con un appello televisivo alle grandi aziende, come suggerito dal neo Presidente Celli); e soprattutto qualificare davvero l’immagine di Rimini (da ribattezzare – perchè no – “Fellinia” secondo la geniale proposta di Sebastiano Vassalli!) e dell’intera riviera romagnola. Può essere almeno una proposta per l’anno 3012*? Il problema è non perdere la speranza.
Mario Guaraldi
* 3012: La città di Fellinia
La maggiore industria italiana – come tutti sanno – è l’industria delle vacanze e dei divertimenti e la capitale di quell’industria è la città in cui nacque Antalo, la favolosa Fellinia: così chiamata in onore di uno dei più grandi autori di cinema dell’Evo antico, Federico Fellini. All’epoca della nostra storia, Fellinia contava forse due milioni di abitanti, o pochi di più; si estendeva – e tuttora si estende – sulla costa del mare Adriatico per una ventina di miglia e inglobava, come quartieri autonomi e contigui, città antichissime: Rimini, Cesenatico, Riccione, Cervia, Bellaria, Cattolica. I suoi sobborghi erano, a nord, la città-museo di Ravenna, e, a sud, il popoloso e pittoresco quartiere di Pesaro. Fellinia era, ed è tuttora, una metropoli del divertimento, soprattutto estivo, per molti aspetti unica al mondo. Chi non si è trovato almeno una volta e almeno in sogno in una delle cattedrali felliniane del piacere, dove tutto è permesso e tutto è disponibile: il Grand Hotel, il Casino, il Transatlantico Rex, il Luna Park? Chi non ha desiderato di poter pranzare in uno di quei famosi ristoranti, dove i maestri della cucina italiana preparano ogni singolo piatto come un orafo preparerebbe un gioiello: il Rigatoni, il Goloso, il Gran Babà, il Pecorino, la Scarpetta e tantissimi altri, forse meno famosi ma non meno degni di essere conosciuti e frequentati? Chi, infine, da giovane non ha desiderato di trascorrere un’intera estate in questa Mecca dell’umana felicità, che ha saputo pianificare e personalizzare il divertimento di massa fino a dare l’illusione, a ogni singolo visitatore, che tutto esista e sia stato fatto solamente per lui? Detto questo, però, è necessario aggiungere che la Fellinia dei tempi di Antalo era una città un po’ meno allegra della Fellinia di oggi. Era la capitale mondiale dei centrivita: che nell’Evo antico costituivano la sua maggiore attrazione e che si servivano degli schermi tridimensionali e dei “programmi” elaborati da un cervello elettronico per far vivere ai clienti le avventure che loro desideravano, e che la realtà non gli avrebbe mai dato. Nei centrivita di Fellinia c’erano programmi di ogni tipo e di ogni durata. Le avventure più richieste, come dappertutto, erano quelle erotiche di pochi giorni; ma erano molto ricercati anche i programmi in cui il protagonista diventava ricco, oppure diventava potente, o compiva imprese memorabili, o viveva, come artista, una stagione straordinariamente creativa. C’era perfino chi si rivolgeva ai centrivita per cercarvi situazioni che avrebbero dovuto essere normali o addirittura banali, e che nell’epoca della pace non lo erano affatto: una serata tranquilla con i propri familiari, una domenica con gli amici, un incontro piacevole con uno sconosciuto (o con una sconosciuta). La maggior parte dei programmi dei centrivita erano accelerati, cioè facevano vivere in poco tempo una storia completa; ma c’erano anche, e anzi erano sempre più richiesti, i programmi cosiddetti in tempo reale, che duravano mesi ed anni e potevano prolungarsi nel tempo, quanto la vita stessa del protagonista. Il sogno segreto di moltissimi abitanti del pianeta, nell’età della pace, era quello di arrivare ad avere abbastanza quattrini per tirarsi fuori dall’inferno della competitività e dell’aggressività e per rifugiarsi in un programma controllato da un calcolatore elettronico, a godere un’esistenza di meritati successi, di affetti e di crescenti soddisfazioni, finché fosse venuto il momento di togliere il disturbo e di andarsene, con i conforti garantiti dall’elaboratore. Meglio una vita illusoria ma piacevole – ragionavano in tanti – che una vita autentica e sgradevole; e si riducevano a vegetare come automi nei cronicari dei centrivita, programmati da un’intelligenza artificiale che in cambio del loro denaro gli elargiva una felicità durevole e sicura, per quanto possano essere sicure le cose degli uomini. Questo, dunque, era il mondo che si preparava a celebrare, nel 3010 dell’èra cosiddetta cristiana, i suoi primi cinquecento anni di pace, e che però non era mai stato così pericoloso e difficile per chi doveva viverci, nemmeno nelle epoche più lontane a cui la memoria potesse rivolgersi per cercare un confronto.
(Sebastiano Vassalli, 3012, Einaudi, Torino 1995, cap. 6, pp. 23 e sgg.)
Estratto da Federico Fellini La mia Rimini
Mario Guaraldi è il fondatore dell'omonima 



